Taranto dopo l’lva . Una città e la sua fabbrica

Dopo la storica decisione della Cassazione di confermare la chiusura dell’area a caldo dell’Ex Ilva di Taranto, il cuore dell’acciaieria, Massimo Alberti è tornato in città a 7 anni di distanza dal precedente reportage che potete trovare qui.
L’inquinamento, il problema del lavoro, i giovani che se ne vogliono andare. Una città ferita, che ora vede davvero la possibilità di liberarsi dai veleni e dai lutti che hanno portato, ma che oggi fatica a trovare una sua strada, con i suoi cittadini e lavoratori lasciati soli dalla politica a fare i conti col proprio futuro.
La prima fotografia di questo ritorno a Taranto, 7 anni, dopo, sono le “tombe rosse”.

Il cimitero monumentale di San Brunone é il più grande e storico della città di Taranto. Si trova a Tamburi, il quartiere-martire divenuto suo malgrado simbolo delle morti e dell’inquinamento dell’Ilva, che letteralmente ne lambisce le case, le porte e le finestre. I tarantini lo chiamano “il cimitero rosso”. Negli anni la polvere di metalli pesanti che usciva dalle ciminiere, quella accumulata su usci e finestre e nei polmoni dei cittadini, si è accumulata anche sulle lapidi, donandogli il colore rossastro. L’intensità della gradazione del rosso fa capire l’anzianità delle lapidi. Spesso, negli anni e per diversi periodi, sono state vietate la sepolture per non alzare terra inquinata. Spesso erano i tarantini ad evitare proprio di andarci. La battuta viene facile: “ci coprono di polvere e ce le fanno respirare anche da morti, dopo che ci hanno ammazzati” dicono all’ingresso che, nei giorni di novembre dedicati alla memoria dei defunti, è ovviamente un viavai continuo di persone. Dai loro racconti è facile trovare subito le contraddizioni di una città complessa, dove é normale avere un parente, o un conoscente morto di tumore. E nello stesso tempo, averne uno che lavora, o meglio lavorava, in Ilva o all’indotto. É proprio il caso della donna con cui parlo: il fratello che oggi è venuto a trovare, è morto di tumore al colon. Il marito, operaio all’officina motori dell’ ex Ilva, é in cassa integrazione da 11 anni.
“Vedi le tombe? Sono rosse perché il marmo è poroso e assorbe le polveri… ma anche tutti i guardrail che vedi qui intorno non hanno più lo stesso colore, sono rossi. Che poi oltre all’Ilva abbiamo anche Eni che inquina… – dice la donna – 11 anni così sono stressanti, ci hanno disabituato a lavorare tutti i giorni. Ora ce l’aspettavamo, ma credo che se volevano qualcosa in questi anni lo potevano fare, ed è il momento che ci diano una mano adesso” interviene il marito. “Io non ce l’ho con chi esulta perché l’Ilva ha chiuso o con chi sta ancora dentro, io me la prendo con chi ha gestito la situazione, perché chi ha gestito Ilva ha incassato e guadagnato”, conclude la signora. E’ il senso comune di una città che vive con disincanto, e una dose di fatalismo la chiusura del cuore dell’acciaieria. Da una parte il sollievo per la fine del mostro, dall’altra la preoccupazione di essere in balia di decisioni prese altrove che prima hanno sacrificato la città, per poi lasciarla senza un’idea di futuro. Ma questo è solo un lato della medaglia: l’altro è che Taranto é una città ferita, dove da ricostruire non é solo un tessuto economico e ambientale, ma anche sociale. Ilva ha lasciato scorie che ci vorrà tempo per bonificare, nel terreno e nei cittadini. La fatiscenza della fabbrica è andata di pari passo con l’inquinamento ed un incattivimento del discorso pubblico. Anni di abbandono, senza politica, trascurando l’ambiente e la salute e senza preoccuparsi di un futuro per gli operai, hanno polarizzato il discorso soprattutto nei toni. Lo si vede sui social: tra chi accusa gli operai di collusione con gli assassini, e questi, almeno una parte, che accusa i Comitati che hanno promosso il ricorso definitivo per chiudere l’area a caldo, di aver tolto loro il pane di bocca. La maggior parte degli operai non vive però a Taranto, e questo alimenta un’altra linea di frattura: oggi, dicono, non daremo più un soldo alla vostra città.
Il Minibar, nel quartiere Tamburi, é uno storico crocevia tra operai e cittadini. Ignazio D’Andria lo gestisce da oltre 60 anni. Ha promosso iniziative importanti per la cura oncologica dei bambini di Taranto quando in città, nonostante il numero abnorme di tumori, nessuno ci aveva pensato. Con “4 amici”, come li chiama lui, hanno raccolto centinaia di migliaia di euro per l’apertura del reparto di oncologia pediatrica, e ora è partito un altro progetto. Dialoghi, incontri e scontri ne ha visti tanti, tra un caffè ed uno spritz.

“Ho imparato a fare gli spritz perché i primi operai erano veneti, qui era un fiume: arrivavano col sorriso, c’era lavoro, stipendio. Poi le cose sono cambiate. Prendevano il caffè e ti dicevano: ci vediamo se esco. Perché noi la battaglia non l’abbiamo fatta solo per i cittadini, ma anche per gli operai, che andavano a lavorare in un rottamaio dove morivano col pavimento che si rompeva sotto i piedi. Per cui gli operai non se la devono prendere con noi, anche loro sono stati traditi. Lo scambio di opinioni di idee c’è ancora, ma è lo stato che deve decidere di portare lavoro sano in questa città, perché per la salute invece ci siamo dovuti arrangiare…”. Dopo il reparto di Oncologia, ora infatti sta nascendo un progetto per dare sistemazione gratuita ai genitori. “Con il reparto pediatrico ci siamo appunto dovuti arrangiare noi 4 amici, insieme a Nadia Toffa delle Iene e alla maglietta che lei ha ispirato (Nadia Toffa, giornalista bresciana de Le Iene, morta di tumore nel 2019, si era presa a cuore la causa dei bambini tarantini dopo una serie di servizi sull’inquinamento in città n.d.r.) e ora tocca farlo ancora: vogliamo realizzare una struttura per i genitori dei bambini, che oggi dormono in macchina o nel pronto soccorso. Lo faremo noi anche stavolta”. Chi incarna questa contraddizione è Fabio Cocco. Operaio, delegato sindacale. Era parte della squadra di operai che l 8 ottobre, prima di andare forse definitivamente in cassa integrazione, ha fatto l’ultima colata dell’altoforno. Ma è anche un abitante di Tamburi, che l’inquinamento ce l’ha sulla finestra. La pericolosità della fabbrica la vive dentro e fuori. Ne ha visto la decadenza, di pari passo con la città. Ma nella feroce contrapposizione che si è creata, è diventato da una parte l’amico degli assassini di bambini, dall’altra il traditore dei colleghi.
Mi racconta la sua storia e le sue impressioni mentre, con orgoglio, giriamo per le strade del quartiere:

“Dall’interno si vedeva che cadeva a pezzi. Smontavi i pezzi da un reparto per rattoppare l’altro, ma abbiamo sempre denunciato tutto, a testa alta. Ora, dopo l’8, sono in cassa integrazione perenne. E’ capitato a noi, questo momento storico? A qualcuno doveva capitare. Da operaio e cittadino di Tamburi, da una parte sono contento per salute e ambiente, ma ora c’è da mettere in sicurezza gli operai perché la gente deve mangiare. Ma questa cosa mi tocca: ci puntiamo il dito a vicenda, ci chiamiamo assassini e complici e gli altri dicono non vi daremo più un soldo. E’ come se qualcuno non aspettasse altro che il tutti contro tutti, ma non ci porterà nulla di buono, dovremo guardarci negli occhi e pretendere un futuro diverso. Dobbiamo pretendere la bonifica, innanzitutto. Dobbiamo reggere e costringere chi deve a programmare un futuro totalmente diverso da quello avuto fino ad oggi. Non possiamo ancora tra 10 anni essere qui a parlarci di queste cose, perché adesso la
corda si è spezzata”. Cosa sarà dell’ex Ilva, e in generale di Taranto? La domanda, per ora non ha risposta. Il finale tutto altro che inatteso arriva dopo decenni in cui un’alternativa poteva essere costruita. Non solo per Ilva appunto ma per la città cresciuta attorno ad una monocultura, che neppure è stata coltivata. Da una parte i comitati non vogliono più sentir parlare di acciaio e forni elettrici. Dall’altra la politica non ha mai saputo costruire un percorso diverso, fino ad arrivare alla decisione imposta dalla Cassazione, una scelta che poteva essere fatta decine di anni fa se davvero, e si doveva, si voleva conservare un ciclo integrale dell’acciaio in Italia ed evitare la strada della deindustrializzazione. Se ad oggi per la fabbrica, e per Taranto, non c’è neppure un’ipotesi di futuro produttivo, ricomporre la frattura tra i suoi cittadini rischia di essere ancora più complicato. Il problema riguarda appunto l’intera città. Che pure alternative mai esplorate le avrebbe, certo non la panacea del turismo, perché senza industria resta il lavoro povero. La fine inevitabile, e per molto verso auspicabile, arrivata senza un processo guidato e accompagnato, alimenta la sensazione di prima essere stati spremuti, poi abbandonati.
La seconda fotografia, è un parcheggio vuoto.

Il 2 novembre in Puglia è allerta meteo e diluvia. Al grande parcheggio della portineria D, c’è poca voglia di parlare, per correre a casa, soprattutto in provincia. Il cambio turno non è più quel fiume in piena di migliaia di persone che si incrociavano, chi per cominciare, chi alla fine, in coda alle corsie di ingresso ed uscita, per passare dall’enorme città del siderurgico, alla loro casa: complice anche il tempo, il cambio delle 15 è un via vai alla spicciolata dei sempre meno operai ed impiegati rimasti in un enorme parcheggio quasi vuoto, come i pulman che una volta si riempivano di persone. Un vuoto colmato oggi dal ticchettio della pioggia e dal suono del vento.
Qualcuno accetta di parlare:
“Vengono le lacrime agli occhi a vedere sto posto vuoto – racconta un operaio tarantino, reparto acciaieria – una volta se arrivavi tardi dovevi parcheggiare là distante, piange il cuore a pensare che qui c’erano tanti capifamiglia. Questo stabilimento è stato trascurato, le possibilità c’erano. Ora è inevitabile chiudere, io sono tarantino e va prima tutelata la salute nostra e della città. La colpa non è dei cittadini, non dobbiamo fare la guerra tra di noi. La colpa è dei governi che si sono succeduti. Ora speriamo lo stato ci venga incontro. Altrimenti a 54 anni che faccio?” Non è un pensiero diverso da quello di un collega che interviene. “Oggi sono l’unico a lavorare di una squadra di 5, veniamo una volta ogni 10 giorni alternandoci. Capisci? La fabbrica era già chiusa, e oggi fermarsi è la cosa più giusta. Questa produzione non è compatibile con la vita umana. Ovviamente non sono contento che sia fermata l’area a caldo, ma nemmeno ero contento fosse aperta. 14 anni in cassa integrazione, un po’ dentro e un po’ fuori. Non è certo una novità quello che è successo: occorre essere obbiettivi, ci si doveva pensare prima”. Quasi 10mila operai dell’ex acciaieria, circa 3mila dell’indotto. 13 mila famiglie di Taranto e provincia. I periodi di cassa si alternano a quelli di lavoro, alimentando la situazione di incertezza. E per molti, dopo la chiusura dell’area a caldo, uscire potrebbe significare non rientrare. Quasi 13 persone coinvolte, tra acciaieria e indotto. Nicola é un giovane operaio, chiede al collega al bar se ha il numero dell’ufficio personale. Vuole sapere quando arriva la cassa, perché ad oggi, prima del prossimo incontro, non si sa neppure quando in concreto si vedranno i soldi. Lui sta mandando qualche curriculum in giro. Ma qui si apre l’altro problema: il governo sta andando in ginocchio dalle controllate statali per evitare la proverbiale bomba sociale. Ma, come mi spiega un ex lavoratore: se anche gli esuberi dell’indotto di questi anni, magari decine alla volta, faticano a ritrovare un lavoro, come si può pensare di riassorbirne di colpo migliaia? Tolti circa 1000-1500 prepensionamenti e qualche centinaio che serve a operare sugli impianti, che fine faranno le altre 7mila persone? Emanuele se n’è andato col primo esodo incentivato. Oggi ha un B&B che si sta allargando. Poco distante un altro ex operaio ha aperto un negozio. A loro é andata bene. Ad altri, intascati i soldi, meno, e ora “sono più nella merda di prima”, dice un ex collega, finiti nel girone infernale dei lavoretti in nero. Ma la soluzione, va da sé, non può essere il “si salvi chi può” individuale. Che nonostante i contrasti e lo scambio di colpe, è quello che lega i lavoratori e la città: l’abbandono, il fatto che serviva pensarci prima, non arrivare a questo punto dove per qualsiasi pezza occorrerà tempo, sempre cercando di capire se il prossimo turno potrà essere anche l’ultimo. Ma se il destino di una città passa dai suoi giovani, qui c’è un altro grosso problema. Nel cuore di Taranto Vecchia c’è una delle sedi universitarie, facoltà di economia. Come 7 anni fa, tra i ragazzi 18enni, 20enni, almeno tra quello incrociati oggi, nessuno mi ha risposto che qui intende restarci. Un problema in cui si sentono accomunati ai loro coetanei del sud, in generale di tutta Italia. Ma qui la vivibilità della città e la questione del lavoro sono le due ragioni che si sommano, e che si intrecciano anche alla vita dei più giovani.
Luca ha 18 anni e viene dal quartiere Tamburi:
“Lo hai viso anche tu, il cimitero rosso! Io ho un sacco di parenti che vivono nel quartiere, come fai a vivere in quella situazione? Io non penso di restare anche se mi piacerebbe: innanzitutto per la situazione ambientale che mi sta a cuore, ma anche per il lavoro. Mia mamma lavora al porto, anche loro sono in crisi. Vedremo se adesso si aprirà una speranza”. Il nonno di Marco invece é l unico sopravvissuto della sua squadra che all’Ilva si occupava di amianto. “Qui tutti hanno parenti che lavorano all’Ilva e anche morti di tumore. Mio nonno è l’unico sopravvissuto della sua squadra, gli altri sono morti tutti di tumore. Restare… come si può restare se non sai in che ambiente farai vivere i tuoi figli, e senza ora una prospettiva per il lavoro?. Non è un problema solo di Taranto eh, alla fine viviamo un po’ lo stesso problema dei nostri coetanei che hanno manifestato in questi giorni”. É un brutto segnale, che indica come, nonostante la vivacità innegabile della città sul piano sociale, le istituzioni, locali regionali e nazionali qui abbiamo costruito poco, soprattutto nessun piano b rispetto alla monocultura dell’acciaieria. E in un momento in cui anche altri settori sono in difficoltà, le prospettive si restringono. “Sappiamo che la rinascita passa anche da noi – mi dice una ragazza – ma al di là dell’amore per la nostra terra ci serve almeno almeno uno spiraglio per restare.” La speranza è che la fine dell’area a caldo, e la possibile liberazione dall’inquinamento, riaprano un futuro diverso. La chiusura degli altiforni ha fermato quei i fumi che hanno impestato l’aria provocando tumori, morti e malattie, e dopo lo stop i tarantini fotografano il cielo azzurro, come fosse qualcosa che fino a poco fa era solo un ricordo. Adesso si apre però una partita ambientale ancora più complicata. Da bonificare c’è un’area enorme su cui si sono stratificati decenni di inquinamento. Ripulire costa molto miliardi, non li metterà nessuno dei privati che casomai acquisiranno lo stabilimento. E si che tra prescrizioni e cronoprogrammi, di bonifiche si sarebbe già dovuto parlare, anzi, fare. Ma non é stato fatto nulla. Il problema é stato messo letteralmente sotto il tappeto. Nel senso che ci si é costruito sopra. Il problema non é solo l’area a caldo: Luciano Manna e le sue Radio Vera e Veraleaks, sono stati tra i più attivi nelle denunce ambientali: hanno svelato che i sondaggi sotto l’area a freddo hanno rilevato un inquinamento profondo a ridosso della falda. Ed a breve arriverà una nuova denuncia che aprirà un’altra problema anche su quell’area. Luciano è una memoria storica e critica della città: attivista, giornalista, lega la necessità di uno sviluppo industriale alla vitale necessità di salute e pulizia. Anche perché all’Ilva ci ha lavorato per due anni, oltre ad aver lavorato in diverse aziende del settore. Anche con lui ragioniamo su cosa sia cambiato in questi 7 anni.
“Rispetto al 2019 la città è ferma e in una situazione surreale, nonostante la vivacità civile e sociale. Manca una rotta: le istituzioni, locali e nazionali, non hanno alcuna idea, a partire dal comune, dalla regione, e il governo che non ha in mano nulla sul piano industriale. E tutti sapevano che questo momento sarebbe arrivato perché questa situazione non era sostenibile. Cosa vogliono fare, visto che non si sa chi voglia acquisire lo stabilimento? Far ripartire i forni dopo aver adempiuto alle prescrizioni della sentenza di Milano? Realizzare un polo nuovo? La verità è che fin qui sono stati i cittadini gli unici a muoversi ed a sostituirsi allo stato, nel portare avanti battaglie e vertenze. Ora il governo dà la colpa ai tarantini. Ma cosa è stato fatto in questi 30 anni? Vogliono davvero fare le bonifiche? E dovremo ancora noi rimboccarci le maniche per ricostruire il tessuto sociale” La storia dell’ex Ilva dunque arriva ad una svolta. E finalmente, va detto. Sperando di girare pagina da una realtà fatta di tumori, malattie respiratorie, morti che i muri dei palazzi ricordano, in una città che non vedrà più gli sbuffi rossi di metalli pesanti dalle ciminiere. Finisce un’epoca di decadenza iniziata con la privatizzazione dell’ex Italsider ceduta ai Riva. Da li, una lunga sequenza di inchieste giudiziarie che hanno avuto un unico filo conduttore: chi ha gestito o meglio spremuto l’acciaieria, fino ad arrivare ad Arcelor Mittal, ha messo il profitto prima della salute dei cittadini e di chi ci lavora. Lasciando una scia di morti da inquinamento e di lavoro. Il problema sta qui: la vicenda dell’ex acciaieria più grande d’Europa, si trascinava da fin troppo tempo: Ilva andava chiusa molti anni fa ripulendo l’inquinamento pesante e creando le condizioni per una riconversione credibile e pianificata. Invece si è lasciata deperire di pari passo tanto la situazione ambientale, quanto quella produttiva, in una città via via sempre più divisa e diffidente anche da se stessa. Il serio problema lavorativo è la conseguenze di queste non scelte, con la cassa integrazione per la quasi totalità dei dipendenti attuali e le ricadute su un indotto incapace di smarcarsi dalla monocultura dell’acciaieria. Si dovrà affrontare un immane lavoro di bonifica, e cosa sarà dell’Ilva è l’altra domanda: in questi anni non c’è stata certo la fila per acquisire un impianto che cadeva a pezzi. L’Italia resta senza un ciclo integrato dell’acciaio di cui però non poteva più farsi carico un’unica città, non a quel prezzo. La chiusura inevitabile dalla magistratura, tutt’altro che inattesa, mette così a nudo la serie di errori di chi ha avuto responsabilità politiche, e imprenditoriali, sulla pelle dei tarantini e degli operai. Il futuro è tutto da scrivere, e mai come ora è nelle mani – ancora – dei suoi cittadini.
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