Sull’Ucraina, Conte piazza una mina nel Campo Largo

Al di là del merito delle parole di Conte, che accolgono pienamente le tesi russe – Putin vuole trattare, bisogna ascoltarlo; in Ucraina ci sono troppe armi, anche in mano a gruppi di estrema destra e al contrabbando – dell’uscita del presidente del Movimento 5 Stelle sorprendono la tempistica e lo strappo col Partito Democratico.
I tempi: Conte ha parlato dopo la presa di posizione di Beppe Grillo. Il fondatore è tornato la settimana scorsa con un post in cui ha accusato i 5 Stelle di avere tradito gli ideali di una volta. Una presa di posizione che è stata interpretata come la sponsorizzazione degli avversari interni di Conte, incarnati da Chiara Appendino, se non come l’appoggio a “Schierarsi”, il nascente nuovo movimento di Alessandro Di Battista. L’ex enfant prodige grillino è apertamente dalla parte della Russia e per molti elettori pentastellati è un richiamo.
Lo strappo col Pd. Il partito guidato da Elly Schlein ha ufficialmente una posizione pro Ucraina – anche se non mancano i distinguo al suo interno – e non può certo accettare le parole di ieri di Conte senza smentire se stesso. Soprattutto non può lasciare che sia il leader di un partito che ha la metà dei suoi voti a dettare la linea. La risposta del Nazareno è stata affidata a Igor Taruffi: “Prima ci si accorda sul programma poi si fanno le primarie”. L’opposto di quanto dice Conte.
Perché Conte si è spinto così avanti? Evidentemente in parte ci crede. Probabilmente la pressione di un non ancora sceso in campo Di Battista rischia di fare al centrosinistra l’effetto destabilizzante che Vannacci sta facendo al centrodestra. E senza dubbio Conte si sente più forte e popolare della segreteria Pd.
Per il Campo Largo, un problema in più.
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