Sul Board of Peace, l’Italia si piega ancora a Trump

Un ministro e tre sottosegretari. Questa era la delegazione del governo che ha accompagnato il ministro degli Esteri alla Camera dei deputati, dove ha dovuto difendere una scelta che, come membro del Partito popolare europeo, non avrebbe probabilmente mai avallato. Ma da ministro del governo Meloni oggi ha dovuto obbedire e in Parlamento spiegare una partecipazione a un “direttivo privato”, una “società immobiliare”, un “comitato d’affari”, così lo hanno chiamato in aula le opposizioni nei loro interventi, in nome di una subalternità al presidente Maga.
In una quindicina di minuti Antonio Tajani si è avventurato nel tentativo di giustificare la partecipazione italiana al Board of Peace come “osservatori” – ha detto – perché andare da membri effettivi sarebbe stato contrario al dettato costituzionale. Un modo per aggirare la Costituzione, così si potrebbe sintetizzare la decisione di Giorgia Meloni di mandare, non si sa se Tajani o qualcun altro, a fare presenza, per non perdere quel posto di alleato più fedele di un presidente che nega con questa iniziativa il valore del diritto internazionale e delle organizzazioni riconosciute dalle Nazioni Unite e dall’Europa che le ha ispirate.
Nessun Paese importante dell’Unione europea parteciperà al Board of Peace, non i paesi fondatori sicuramente, che se ne tengono ben lontani, ma il ministro degli Esteri oggi ha ribadito nell’aula del Parlamento la fedeltà a Washington, “ci sono sempre state relazioni forti – ha detto – e quindi l’assenza sarebbe politicamente incomprensibile”. È una scelta di campo per Giorgia Meloni, la subalternità e la condivisione delle idee trumpiane sono più forti dell’appartenenza ai valori europei e a quelli costituzionali, che come hanno detto oggi le opposizioni “è una Costituzione che anche se aggirata è stata violata”. Le opposizioni si sono presentate unite, con una sola risoluzione contro la partecipazione dell’Italia, una rara prova di unità in politica estera.
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