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Addio a Jesse Jackson. Da Martin Luther King a Barak Obama: una vita al centro del panorama politico statunitense

17 febbraio 2026|Roberto Festa
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Jesse Jackson ANSA

Tra il 1968 e il 2008, nei quarant’anni che passano dall’omicidio di Martin Luther King all’ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca, non c’è stato politico più importante, rappresentativo, potente, tra i neri americani, del reverendo Jesse Jackson.

Jackson, morto nelle scorse ore a 84 anni, nasce e cresce nel sud segregato e razzista. A Greenville, la città del South Carolina che gli dà i natali, non riusciva nemmeno a ottenere in prestito un libro dalla biblioteca pubblica perché, appunto, nero. Per un periodo, Jackson oscilla tra lo sport – ottiene una borsa di studio grazie alle sue doti nel football – e la politica, i diritti. Alla fine, sceglie quest’ultima strada. Comincia a organizzare marce, sit-in, a partire dal 1963, dopo le marce di protesta da Selma a Montgomery entra nella Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King, diventando uno degli uomini più vicini, oltre che più ambiziosi, del circolo di King.

Dopo il suo assassinio, nel 1968, il reverendo Jesse Jackson cerca di diventare l’erede ufficiale di King. Il suo protagonismo infastidisce la leadership del gruppo. Jackson, per esempio, si presenta a una trasmissione TV il giorno dopo l’omicidio di King, con la camicia ancora macchiata del sangue del leader, che dice di aver accolto in grembo, proprio nel momento in cui spirava. Alla fine, Jackson viene allontanato dal gruppo di King, con l’accusa di presunti maneggi amministrativi. A quel punto, comunque, Jesse Jackson è già proiettato in politica. Appoggia la campagna di Jimmy Carter nel 1980. Si presenta lui, come candidato alla presidenza, nel 1984 e nel 1988.

Quello che Jesse Jackson cerca a quel punto di fare è mettere in piedi la cosiddetta rainbow coalition, che doveva raccogliere l’elettorato afro-americano e i giovani, le donne, la piccola borghesia, i settori più poveri e disagiati della società americana. La cosa non gli riesce, ma quel progetto è comunque strumentale a quello che fece più tardi Barack Obama, che diventa presidente nel 2008. Jackson è stato sicuramente una figura discussa, criticata per il suo egocentrismo, la tendenza a mitizzare il suo ruolo e la sua figura, gli episodi di corruzione, i figli illegittimi. Al tempo stesso, Jackson è stato una figura fondamentale nello sviluppo del movimento afro-americano, dotato di un’oratoria fantastica, capace in particolare di fare una cosa. E cioè, offrire una visione ampia delle opportunità, delle possibilità di cambiamento insite nel cangiante, mobile, ribollente esperimento democratico americano.

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