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Sudafrica, gli studenti contro l’Apartheid

Tra gli studenti universitari sudafricani il malcontento si materializza a tratti. A volte con manifestazioni, altre con occupazioni. Nell’ultimo mese, invece, ci sono cortei in cui esplode una rabbia irreprimibile, dove si scatena una vera e propria guerriglia urbana con la polizia. E’ successo a settembre alla Wits, la più importante università di Johannesburg, poi a fine ottobre davanti al parlamento di Città del Capo e poi nei campus di Pretoria e in altri angoli del Paese.

Sono tutte micce accese da oltre un anno, da quando è nato un movimento studentesco. Una rivolta senza precedenti contro il governo dell’African National Congress. Da un anno la rivolta va a singhiozzo. Sembra scomparire ma poi riemerge con una forza dirompente. Partita nel 2015 dalla lotta contro l’aumento delle tasse universitarie del 10-12 per cento la protesta si è trasformata in un movimento per la “decolonizzazione” dell’istruzione. Nelle ultime settimane poi gli studenti hanno protestato di nuovo contro gli incrementi delle tasse per 2017. Ma ora hanno fatto un passo in più. Non è più una questione di tasse alte. Piuttosto è l’intero sistema politico ed economico-sociale a essere messo in discussione.

Sull’onda dello slogan “Fees must fall” – le tasse devono essere cancellate – chiedono che l’istruzione sia gratuita. Un diritto allo studio che permetta anche alle famiglie più povere di mandare i propri figli all’Università, in un Paese dove il reddito medio delle famiglie nere è di gran lunga inferiore a quello delle famiglie bianche. Gran parte di questi studenti sono quelli della generazione “born free”, dei nati liberi, nati cioè nel 1994 o successivamente. Giovani sudafricani che non hanno vissuto sotto il regime della dominazione bianca ma che del sistema dell’Apartheid hanno subìto tutte le tragiche conseguenze per cui era stato architettato.

L’African National Congress è impegnato a cambiare il sistema, ma il processo è lungo e gli scandali su corruzione e spese smodate del governo di Jacob Zuma hanno diffuso un sentimento di disillusione. Il sistema scolastico attuale è eredità di quello sotto il regime dell’Apartheid che aveva tra le principali leggi, il Bantu Education Act del 1953, che aveva l’obiettivo di evitare che gli studenti neri ricevessero un’istruzione che li avrebbe portati ad aspirare a posizioni che poi erano a loro precluse. Una legge ovviamente bandita alla fine dell’apartheid ma che ha lasciato effetti profondi su una società dove la maggioranza della popolazione vive ancora una discriminazione economica e sociale.

Il movimento pretende che il sistema democratico metta fine a un passato di oppressione.

Chiede che il muro in Sudafrica cada definitivamente. Che nelle scuole imperi la capacità critica e per questo “the fees must fall”.

***

Effetti collaterali. Popolazione civile in pericolo è la rubrica a cura di Cristina Artoni, in onda ogni lunedì su Radio Popolare alle 9.33

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    Cristina Artoni
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    La battaglia delle idee, contro l’estrema destra. A Pubblica la sintesi del secondo incontro alla Casa della Cultura per il ciclo «Autoritarismi in democrazia» (Osservatorio autoritarismo, Università Statale Milano, Libertà e Giustizia, Castelvecchi) di cui Radio Popolare è media partner (qui il programma https://www.libertaegiustizia.it/wp-content/uploads/2025/11/22-novembre-ciclo-daniela-padoan-1.pdf). Ospite del secondo incontro lo storico Steven Forti (Università Autonoma di Barcellona). «Bisogna tornare alla battaglia delle idee. Non può essere – sostiene lo storico – che chi difende progetti antidemocratici finisca per appropriarsi addirittura della parola democrazia». Per Forti si sta formando un’abitudine alle forme autoritarie del potere. «E’ una questione cruciale per la democrazia. Recuperiamo le idee democratiche, riconquistiamole e diamone di nuove [...] Serve ad immaginare un futuro diverso».

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    Roma. Spin Time: da sede del Giubileo allo sgombero annunciato

    A Roma, nel centrale quartiere Esquilino, c’è un palazzo di 10 piani e 21mila metri quadrati occupato dal 2013, che la Prefettura ha inserito tra 27 immobili del prossimo piano sgomberi (c’è anche CasaPound). Per questo palazzo, che si chiama Spin Time, centinaia di persone stanno firmando una petizione per dire che non si deve e non si può sgomberare una realtà che in più di un decennio ha prodotto scuole, orchestre, laboratori e riviste, una cucina popolare, degli sportelli di assistenza legale, tantissime attività (c’è anche Mediterranea) ed è soprattutto stato un modello di convivenza tra famiglie sfrattate di varie provenienze che dura e produce socialità. Il racconto di questa realtà unica, che nell’ottobre scorso è stata scelta dal Vaticano per ospitare il Giubileo degli oppressi, con associazioni e chiese arrivate dai quattro angoli del pianeta, è affidata a Chiara Compagno, che partecipa a Scomodo, una delle attività culturali interne al palazzo e che ci dice: “Roma è tutta qui, negli anni abbiamo riunito tantissime persone e diversità, siamo un centro che unisce e crea”. L'intervista di Claudio Jampaglia e Cinzia Poli.

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