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Regno Unito, le università che spiano gli studenti per le loro idee sulla Palestina

21 aprile 2026|Elena Siniscalco
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Regno Unito, le università che spiano gli studenti per le loro idee sulla Palestina

Dall’inizio della guerra a Gaza, le università di tutto il mondo sono diventate uno dei principali luoghi di protesta, resistenza e confronto. Il coraggio degli studenti, che hanno piantato le tende per protestare contro il silenzio dei propri atenei e contro i rapporti economici di alcuni di questi con aziende che supportano il gigantesco sistema degli armamenti di Israele, ha colpito tutti. A volte questi studenti, e gli insegnanti che li supportavano, sono stati brutalizzati dalla polizia e dalle forze di sicurezza delle proprie università, caricati sui blindati e portati via. Ma hanno continuato con il loro attivismo, forti nell’idea che le università fossero luoghi di confronto.
Nel Regno Unito sorgono ora preoccupanti dubbi riguardo alla capacità delle università di essere luoghi in cui il pluralismo di pensiero è veramente accettato. Un’indagine condotta da Al Jazeera e da Liberty Investigates ha infatti rivelato questa settimana che 12 tra le più importanti università del Paese hanno pagato una società di sicurezza per monitorare ed effettivamente spiare studenti e speaker pro-Palestina e vari gruppi di attivisti, incluso un gruppo di attivisti animalisti. Il King’s College, UCL, LSE, l’Università di Oxford e altre ancora hanno ingaggiato Horus, una società di sicurezza privata, per monitorare gli account social di diversi studenti e guest speaker e ricevere informazioni su potenziali rischi e proteste. Horus ha ricevuto dalle università almeno 440.000 sterline negli ultimi 4 anni.
L’operato delle università non è illegale, ma è problematico. C’è anche da chiedersi se queste somme non potessero essere spese meglio: certamente, nell’interesse degli studenti, la risposta è sì. Le università si sono difese dicendo che Horus stava semplicemente utilizzando informazioni che erano già di dominio pubblico, come i post sui social media degli studenti monitorati, e che la connotazione di spionaggio non descrive adeguatamente la situazione.
Le università non hanno usato i servizi di Horus solo per controllare i propri studenti, ma anche per assicurarsi che i guest speaker invitati a parlare negli atenei non rappresentassero un rischio per eventuali posizioni “estremiste”. La Manchester Metropolitan University chiese a Horus di condurre una valutazione che assicurasse che la professoressa Rabab Ibrahim Abdulhadi, che era stata invitata a parlare di Palestina, non rappresentasse un rischio di inneggiamento al terrorismo.
Abdulhadi è un’accademica palestinese di 70 anni estremamente brillante e dalla grande sensibilità e le sue posizioni sono ben lontane da quelle di un’estremista.
Questo è un estratto di un suo intervento a New York: “È la stessa cosa che ci viene raccontata oggi riguardo ai cosiddetti studenti ebrei che potrebbero sentirsi a disagio. Perché le persone non dovrebbero sentirsi a disagio per gli errori commessi dai loro antenati? Se ne trai beneficio, se godi di privilegi grazie a ciò che è accaduto in passato, come minimo dovresti sostenere delle riparazioni. Forse dovresti sostenere delle tasse. È qualcosa che restituisci, in realtà è parte di te, parte della società, non è una punizione. Ed è la stessa cosa che viene detta riguardo agli studenti ebrei. Il problema, in realtà, è che la maggior parte degli studenti ebrei non ha alcun problema, non si sente a disagio, fa parte della lotta per la giustizia e per la Palestina perché è parte integrante della lotta per la giustizia per tutti”.
Considerare degli individui, giovani o anziani, un potenziale pericolo per via delle loro origini o delle loro opinioni dimostra che istituzioni che si raccontano come estremamente progressiste e avanzate mantengono paure ancora profondamente retrograde. Uno scenario in cui uno studente universitario deve preoccuparsi di ciò che posta online perché il suo ateneo potrebbe spiarlo sarebbe sembrato distopico fino a qualche anno fa. Oggi, questa indagine rivela che è diventato semplicemente il nostro presente.

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