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Si chiude la storia dell’ex Ilva di Taranto

29 ottobre 2026|Massimo Alberti
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Si chiude la storia dell’ex Ilva di Taranto. La Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo imposta dalla Corte d’appello di Milano, sulla base del principio che il diritto alla salute viene prima del diritto alla produzione, e che quindi un’azienda che avvelena l’ambiente non può stare aperta. Per i comitati di Taranto è un giorno storico: vincono giustizia e salute. I sindacati chiedono al governo di accelerare i piani industriali, che però ad oggi non ci sono. Il sindaco della città chiede bonifiche e alternative occupazionali.

di Massimo Alberti

La storia dell’ormai ex Ilva di Taranto si chiude qui. E finalmente, va detto, sperando di girare pagina da una realtà fatta di tumori, malattie respiratorie, morti che i muri dei palazzi ricordano, in una città che a breve non vedrà più gli sbuffi rossi di metalli pesanti dalle ciminiere.

Finisce un’epoca di decadenza iniziata con la privatizzazione dell’ex Italsider ceduta ai Riva: da li, una lunga sequenza di inchieste giudiziarie che hanno avuto un unico filo conduttore: chi ha gestito o meglio spremuto l’acciaieria, fino ad arrivare ad Arcelor Mittal, ha messo il profitto prima della salute dei cittadini e di chi ci lavora. Lasciando una scia di morti da inquinamento e di lavoro. Il problema sta qui. La vicenda dell’ex acciaieria più grande d’Europa si trascinava da fin troppo tempo: Ilva andava chiusa molti anni fa ripulendo l’inquinamento pesante e creando le condizioni per una riconversione credibile e pianificata. Invece si è lasciata deperire di pari passo tanto la situazione ambientale, quanto quella produttiva, in una città via via sempre più divisa e diffidente anche da se stessa.

Il serio problema lavorativo è la conseguenza di queste non scelte, con la cassa integrazione per la quasi totalità dei dipendenti attuali e le ricadute su un indotto incapace di smarcarsi dalla monocultura dell’acciaieria. Si dovrà affrontare un immane lavoro di bonifica, e cosa sarà dell’Ilva è l’altra domanda: in questi anni non c’è stata certo la fila per acquisire un impianto che cadeva a pezzi.

L’Italia resta senza un ciclo integrato dell’acciaio di cui però non poteva più farsi carico un’unica città, non a quel prezzo. La chiusura inevitabile dalla magistratura, tutt’altro che inattesa, mette così a nudo la serie di errori di chi ha avuto responsabilità politiche, e imprenditoriali, sulla pelle dei tarantini e degli operai.

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