Sentenza storica a Los Angeles: i social network creano dipendenza

Una sentenza che è già stata definita storica e che, almeno per il momento, può rappresentare una svolta decisiva per quanto riguarda le responsabilità delle grandi piattaforme social su come i loro utenti vivono l’esperienza all’interno dell’ecosistema digitale. La giuria incaricata di decidere le sorti del processo tenutosi a Los Angeles ha confermato la responsabilità di Meta e Google per i danni psicologici subiti dalla 20enne che ha denunciato le due società. La condanna al risarcimento dei danni, per una cifra complessiva di 6 milioni di dollari, è stata ripartita in maniera differenziata: 70% a Meta e 30% a Google.
Alla base della tesi accusatoria qualcosa di molto simile a quanto è stato imputato alle aziende produttrici di sigarette negli anni ’90, cioè un comportamento che avrebbe negato il rischio di assuefazione a un prodotto, in questo caso i social network, che sarebbe in realtà progettato volutamente per provocare una forma di dipendenza e che avrebbe particolare presa soprattutto su giovani e giovanissimi.La querelante, identificata con il nome di Kaley, avrebbe sviluppato una forma di assuefazione di questo tipo a Instagram, arrivando a passare anche 16 ore al giorno sulla piattaforma. Questo avrebbe portato a una serie di disturbi psicologici, soprattutto connessi a una forma di disagio legata al suo aspetto fisico. Una vera e propria ossessione che l’avrebbe portata a una sindrome depressiva.
Quella di Los Angeles è la seconda sentenza, in una manciata di ore, emessa da una giuria statunitense che condanna Meta. L’altro caso si è svolto avanti una corte in New Mexico e aveva come oggetto la mancata protezione dei minori da parte dell’azienda di Mark Zuckerberg sui suoi social network. Anche in questo caso si è arrivati a una condanna monstre: la sanzione di 5.000 dollari per ogni singola violazione della legislazione statale ha portato il conto complessivo alla cifra di 375 milioni.
Meta ha annunciato l’intenzione di fare appello nei confronti di entrambe le sentenze, ma rischia di rimanere sola. Nella causa intentata avanti il Tribunale di Los Angeles, in origine, erano coinvolte, oltre a YouTube, anche Snapchat e TikTok. Queste ultime due si sono però sfilate dal processo attraverso un patteggiamento. Anche Google, proprietaria di YouTube, sembra voler perseguire una linea difensiva che le permetterebbe di uscirne. I portavoce della società hanno già anticipato la loro linea difensiva per il secondo grado di giudizio: YouTube non sarebbe un social network, ma una piattaforma di streaming. Di conseguenza, il suo ruolo non sarebbe assimilabile a quello di Instagram.
L’esito dell’appello, in ogni caso, è tutt’altro che scontato. Negli Stati Uniti il secondo grado di giudizio prevede una valutazione su questioni di diritto e non coinvolge una giuria popolare, come quella che ha avuto un ruolo decisivo in questi processi. La sua partita, però, Mark Zuckerberg sembra averla già persa. La narrazione che Meta ha portato avanti per anni, ispirata a una visione positiva come il celebre slogan “Facebook ti aiuta a rimanere in contatto con le persone della tua vita” non attecchisce più e l’opinione pubblica ormai considera sempre più spesso i social network come piattaforme potenzialmente tossiche, in cui gli utenti non sono protagonisti, ma semplici risorse da spremere. A livello di reputazione, è un vero disastro.
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