Santanché si è dimessa ma Meloni ne esce malissimo

Le quasi 24 ore che sono intercorse tra il comunicato di Palazzo Chigi con cui Meloni chiedeva le dimissioni di Daniela Santanché e la notizia che la ministra del Turismo aveva lasciato l’incarico sono state le più dure, politicamente, della vita di Giorgia Meloni. Perfino peggiori di quelle seguite alla sconfitta al referendum. La notizia arriva in Parlamento alle 18.13. L’aula è riunita. All’applauso delle opposizioni la maggioranza oppone il silenzio. Di solito in questi casi la maggioranza reagisce, ci sono polemiche, invettive, schiamazzi. Oggi, nulla.
Il ministro Ciriani esce dall’aula, va in Transatlantico e fa il gesto del pollice e dell’indice che si tengono e che tracciano una linea retta, come a dire: perfetto. Ma di perfetto non c’è nulla in questa storia, per Giorgia Meloni. Dopo la giornata di oggi la sua leadership ne esce ancora più terremotata. Non bastava avere perso male il referendum sulla riforma della magistratura. Nelle ultime 24 ore Meloni ha dimostrato di fare fatica perfino a controllare il suo governo e il suo partito.
Santanché ci ha messo tanto a dimettersi non per vanità ma perché ha trattato il suo futuro. Garanzie politiche che ritiene necessarie. Santanché ha due processi in corso e una indagine della magistratura a suo carico. A un certo punto alla Camera è arrivato Gianfranco Fini, ex segretario del Msi e di An, mentore politico di Meloni, e l’ha fulminata: “Ai miei tempi un capo non chiedeva, disponeva”. Meloni ha ottenuto le dimissioni di Santanché e ci si chiede perché si sia spinta a chiederle pubblicamente ieri sera dopo le dimissioni di Delmastro e di Bartolozzi dal ministero della Giustizia. Una prima spiegazione, più immediata, è che volesse liberarsi di tutti i casi politico-giudiziari che avrebbero potuto crearle nuovi, ingestibili problemi di immagine politica. Ma c’è di più. Il caso Santanché svela che dentro Fratelli d’Italia è esploso un conflitto che fino a prima del referendum era rimasto latente. Meloni ha perso Delmastro, suo uomo chiave nella “sua” Fratelli d’Italia, quella romana. Santanché potrebbe essere considerata l’equivalente, per peso politico, di un Delmastro a Milano, l’altra anima di Fratelli d’Italia, quella di La Russa, non così tanto amica di Meloni. Ma queste sono considerazioni ulteriori rispetto al fatto immediato: la leader che aveva fatto crescere Fratelli d’Italia dal 2% a quasi il 30%, la politica che aveva portato gli eredi del fascismo a guidare il governo, la giovane donna che si imponeva su un partito maschile e reazionario, ha perso la sua infallibilità. Da qui in avanti, comunque andrà, la sua navigazione sarà dura.
di Luigi Ambrosio
E le opposizioni rilanciano la sfida alla destra
Un applauso improvviso scuote l’Aula della Camera dei deputati, tanto che il presidente di turno Mulè non capisce cosa sia accaduto, guarda il cellulare e comprende il motivo. Le opposizioni accolgono con un applauso la notizia delle dimissioni di Daniela Santanchè, le terze in due giorni, ma considerate da tutti, anche quest’ultima, tardiva. Perché non cancella la debolezza di Giorgia Meloni, che rimane intera perché, come dice Elly Schlein durante una lunga conferenza stampa con i giornalisti stranieri, arriva da lontano, da uno scollamento graduale con la società e ora culminate con questo referendum. “Un indegno teatrino”, aggiunge Nicola Fratoianni, segno della crisi politica del Governo. Ma nessuno al momento chiede le dimissioni di Giorgia Meloni, solo la presidente del Consiglio, dice la segretaria del Pd, sa se può esserci un voto anticipato, “noi nel caso ci faremo trovare pronti, ma vogliamo batterla alle elezioni”, aggiunge. Per l’opposizione è evidente che sarebbe più utile lasciare il Governo scivolare verso una progressiva debolezza fatta di divisioni e tensioni tra alleati e intanto prepararsi per il voto l’anno prossimo, in modo da rafforzare la coalizione e arrivare a decidere chi sarà il candidato che la sfiderà al voto. A questo proposito, si chiarisce anche di più il percorso per il Partito Democratico, nessun federatore come candidato premier, alla Romano Prodi ad esempio, un terzo candidato, o lo è il leader che prende più voti alle elezioni o si faranno le primarie, ma per ora la segretaria del Pd non vuole andare oltre, perché quei 15 milioni di voti, non devono andare persi, vanno capitalizzati e a loro date delle risposte. Già le parole del ministro Nordio, dette poco prima in Aula erano state accolte dall’opposizione come insufficienti, un ministro che continuerà ad essere debole per le responsabilità che ha avuto in questi quattro anni. La mozione di sfiducia viene archiviata, rimane quindi per l’opposizione una battaglia in Parlamento e fuori, anche in Europa, oggi alla stampa estera, che ha dedicato molto spazio in questi giorni alla sconfitta di Meloni è il segno che un governo sovranista si può battere.
di Anna Bredice
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