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Salvini Zelig adesso fa il liberale. Ecco perché

Salvini Regione Lombardia Lega

Salvini adesso cita Piero Gobetti.
“Vogliamo fare la rivoluzione liberale” ha detto Salvini riprendendo il titolo dell’opera più famosa dell’intellettuale che fu ammazzato a bastonate dai fascisti. Un bel salto per uno che coi fascisti ha flirtrato per anni.

Ma adesso il vento sta cambiando. Il sovranismo è in difficoltà. E Salvini cerca il modo di ricollocarsi. Ha perfino assunto Marcello Pera come consulente. L’obiettivo è poco ideologico e molto prosaico. I referenti della Lega sono in crisi: gli imprenditori, soprattutto quelli del nord, gli amministratori locali a cominciare dal presidente del Veneto Luca Zaia, dirigenti come Giancarlo Giorgetti che è sempre stato solidamente parte dell’odiato, da parte dei sovranisti, establishment.
Sono in crisi perché stanno per arrivare i progetti e i soldi del Recovery Fund. Una valanga di denaro. E cosa fanno? Rimangono tagliati fuori? Lasciano tutta la gestione nelle mani del Pd e dintorni e del Movimento 5 Stelle?

Il dramma della destra è questo: si sono affidati a un cavallo che pensava di sbancare e prendersi tutto. Ora che la strategia è fallita, la destra rischia seriamente di non toccare palla proprio nel momento in cui sarebbe più importante esserci. Mettiamo poi che negli Stati Uniti le cose vadano male e il vento cambiasse. Cosa fai, rimani solo con Orban? E allora una pettinata, una sistemata alla barba, ascolta cosa dice Marcello Pera e inizia ad accreditarti come moderato. E vedi cosa succede. Vedi se ti credono. Vedi se casomai il governo dovesse cominciare ad avere difficoltà per qualsiasi ragione e servisse una mano.

  • Autore articolo
    Luigi Ambrosio
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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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