Approfondimenti

L’addio a Gino Strada, la rapida avanzata dei Taleban in Afghanistan e le altre notizie della giornata

Gino Strada ANSA

Il racconto della giornata di venerdì 13 agosto 2021 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. Gino Strada è morto oggi all’età di 73 anni. Il ricordo degli ascoltatori e di chi lo aveva conosciuto e amato o ne aveva condiviso gli impegni e gli ideali. L’avanzata dei Taleban in Afghanistan procede molto rapidamente: al momento controllano almeno 18 capoluoghi di provincia su 34 e stanno avvicinando a Kabul. La lettera di Giuseppe Conte al Corriere ci dà un assaggio della nuova strategia dell’ex premier ora leader del Movimento 5 Stelle. Infine, l’andamento della pandemia di COVID-19 in Italia.

L’addio a Gino Strada

Quella che avete sentito era l’inconfondibile voce di Gino Strada, in un’intervista qui a Radio Popolare nel 2010, una delle tante in questi anni realizzate con Gino con cui la radio condivideva valori e amicizia.
Gino Strada è morto oggi all’età di 73 anni. Al momento del decesso si trovava in Normandia con la sua seconda moglie. Un luogo che amava e dove stava trascorrendo le vacanze. Da molti anni Gino Strada soffriva di cuore, ma fino a poco prima del malore nulla faceva presagire quella che sembra essere stata una morte improvvisa. Questa mattina il suo ultimo articolo sull’Afghanistan pubblicato dal quotidiano “La Stampa”. Tra le prime a dare notizia della morte di Gino la figlia, Cecilia Strada, che si trova a bordo della nave umanitaria ResQ – People nel mediterraneo per salvare i migranti. Il suo ricordo con un Tweet.

Appena appresa la notizia qui a Radio Popolare abbiamo aperto i microfoni a voi ascoltatori. Questo un estratto del vostro ricordo e omaggio a Gino Strada:

Gino Strada inziò il suo lavoro umanitario, da medico e chirurgo, in giro per il mondo con la Croce Rossa, poi nel 1994 fondò Emergency con la moglie Teresa Sarti, costruendo ospedali e posti di primo soccorso in 18 Paesi del mondo. Il primo progetto di Emergency che vide Gino Strada in prima linea è stato in Ruanda durante il genocidio. Poi la Cambogia, e nel 1998 l’Afghanistan, dove rimase per circa 7 anni, operando migliaia di vittime di guerra e di mine antiuomo e contribuendo all’apertura di altri progetti nel Paese. E ancora il Sudan e la Sierra leone. Senza dimenticare quanto fatto anche in Italia per i migranti e per chiunque non poteva permettersi delle cure. In queste ore sono centinaia i messaggi di cordoglio che stanno arrivando dal mondo del volontariato, della cultura e dello spettacolo, fino ai vertici delle istituzioni.
Noi vi facciamo ascoltare il ricordo di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui.
Iniziamo da Nico Colonna tra i fondatori di Smemoranda, fa parte del CdA di Emergency, ed è un amico di Gino Strada:

Gino Strada era molto legato all’ANPI. L’associazione partigiani è stata tra le prime a rendergli omaggio. Ascoltiamo Roberto Cenati, presidente dell’Anpi di Milano e provincia:

Ascoltiamo ora Francesco Vignarca delle Rete Disarmo, che con Gino Strada ha condiviso campagne e conferenze contro la guerra:

Nel corso del pomeriggio siamo riusciti a contattare anche uno degli ospedali di Emergency in Afghanistan, quello di Lashkargah. Laila Borsa, infermiera di Emergency:


 

La velocissima avanzata dei Taleban in Afghanistan

Le parole di Leila Borsa, infermiera nell’ospedale di Emergency di Lashkar Gah, nella provincia di Helmand, ci portano alla guerra in Afghanistan. La stessa città di Lashkar Gah, un centro molto importante nel sud del paese, è caduto nella mani dei Taleban meno di 24 ore fa. Sentiamo proprio il racconto di Leila Borsa:

E a questo punto l’obiettivo dei Taleban sembra proprio quello di arrivare a Kabul e di fare un loro governo. Come vi raccontiamo ormai da alcuni giorni gli eventi si stanno susseguendo a una velocità che quasi nessuno aveva previsto.

(di Emanuele Valenti)

L’avanzata dei Taleban procede molto rapidamente. Al momento controllano almeno 18 capoluoghi di provincia su 34, e cosa più importante si stanno avvicinando a Kabul. Sono infatti arrivati nella provincia di Logar, solo 50 chilometri a sud della capitale afghana.
Nonostante quello che sta succedendo sul terreno il governo e i signori della guerra che hanno promesso di rimanere con le truppe governative, come il famoso Generale Dostum, dicono che continueranno a combattere.
La caduta di Kabul potrebbe però essere vicina, lo conferma la decisione degli Stati Uniti, che questo pomeriggio hanno fatto arrivare in Afghanistan i primi militari con il compito di evacuare una parte del personale diplomatico americano. Altri paesi occidentali stanno facendo lo stesso.
Le Nazioni Unite hanno ricordato ancora oggi che c’è il rischio di una vera catastrofe umanitaria. Molti profughi stanno scappando verso Kabul. Ricordiamo che da maggio ci sono stati almeno 250mila nuovi profughi, soprattutto donne e bambini.
Colpisce, infine, proprio questa sera, una dichiarazione del segretario generale della NATO, Stoltenberg: il nostro obiettivo – ha detto – rimane supportare governo ed esercito afghani. Colpisce perché sono ormai evidenti le responsabilità occidentali in tutto quello che sta succedendo in Afghanistan.
Sentiamo con attenzione quelle che ci ha spiegato Claudio Bertolotti, ricercatore ISPI esperto di Afghanistan:


 

La nuova strategia di Conte per il Movimento 5 Stelle

(di Alessandro Braga)

Al di là di qualche tono altisonante, con parole che provano a dare un orizzonte di lungo respiro al suo ragionamento, tra le righe della lettera di Giuseppe Conte al Corriere si legge un’intenzione, nemmeno troppo velata, sul qui ed ora, con una scadenza a breve termine: le elezioni comunali di Milano, da usare come laboratorio per una possibile alleanza su più vasta scala tra i 5stelle e l’area più classicamente di centrosinistra. Se non è un commissariamento dei vertici locali grillini, di sicuro è una presa in carico della questione. Ossia, cosa farà il movimento a Milano in vista della sfida per la conquista di Palazzo Marino. D’ora in poi, dice Conte, decido io. Nessun accenno a un possibile candidato grillino. Questo potrebbe significare portare in dote a Sala, già dal primo turno, un pacchetto di voti che, anche se a Milano non sono mai stati molti, potrebbe permettere al sindaco uscente di riconfermarsi senza andare al ballottaggio. C’è poi un cambio di paradigma più generale, che indirizza le scelte del nuovo Movimento 5 Stelle. Più attenzione al nord, per levarsi quell’alone neomeridionalista che il movimento ha dalle sue origini. E un dialogo aperto con una nuova classe di riferimento: il ceto medio produttivo, e non più i meno abbienti delle periferie. Gli amanti, interessati, della Milano che piace all’Europa, della smart city, del respiro internazionale della città di Expo, che dopo la pandemia deve tornare a correre. Insomma, della città vagheggiata da Giuseppe Sala, in un’ottica di alleanza/competizione, ma pur sempre nello stesso campo.

60 anni fa iniziò la costruzione del muro di Berlino

(di Martina Stefanoni)

Oggi c’è un parco. Dove un tempo c’era la striscia della morte, oggi i berlinesi giocano a basket e la domenica si fa un mercatino delle pulci. Nel Mauerpark, c’è ancora una striscia di muro lunga 300 metri. Lì, come in altre zone della città, rimane il monito di quello che è stato, quello che una mattina di 60 anni fa, per la prima volta, i berlinesi hanno visto tagliare in due la città.
Iniziarono a costruirlo di notte, all’una. In piena estate, con il caldo che aveva svuotato la città. I più mattinieri rimasti a Berlino, si svegliarono con un filo spinato e una transenna che sarebbero poi diventati un muro, che sarebbe poi diventato il simbolo della guerra fredda. 155 chilometri, per trentanni, corsero a zig zag tra la zona sovietica e quella occidentale tagliando in due strade, chiese, case, piazze. E famiglie. Su quella striscia della morte, circa 200 persone morirono, uccise dai cecchini che impedivano a chi era ad est, di andare ad ovest. In 5mila, invece, riuscirono ad oltrepassarlo grazie a tunnel sotterranei, e automobili con il doppio fondo. Una notte, quella tra il 12 e il 13 agosto, che cambiò la storia del mondo.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

https://twitter.com/RegLombardia/status/1426209243653361680

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Strage di Lampedusa: identificata la vittima 186

    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

    Presto Presto – Interviste e analisi - 15-01-2026

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