Riaperti i canali di comunicazione Iran – Stati Uniti. Il resto è caos

Nel caos intorno alla guerra in Medio Oriente sembra esserci un unico punto fermo.
Stati Uniti e Iran hanno aperto dei canali di comunicazione. Probabilmente non è in corso il negoziato di cui ha parlato in questi giorni Donald Trump, ma uno scambio di messaggi c’è stato, facilitato da una serie di mediatori: Pakistan, Turchia, Egitto.
Detto questo gli sviluppi delle ultime ore non hanno fatto altro che alimentare la confusione.
Nelle ultime 24/48 ore era arrivata a Tehran una proposta americana. Alcuni hanno parlato di una proposta in 15 punti, altri non hanno specificato. Sta di fatto che agli iraniani sembra proprio essere arrivato – attraverso i servizi pachistani – un documento dell’amministrazione Trump. Documento che chiederebbe alla Repubblica Islamica, tra le altre cose, di smantellare il programma nucleare, limitare in maniera drastica il programma missilistico, riaprire lo stretto di Hormuz.
Oggi pomeriggio la TV di stato iraniana in lingua inglese, PRESS TV, citando un alto funzionario della sicurezza, ha fatto sapere che la proposta americana è irricevibile: solo Tehran può decidere quando finirà la guerra e a quali condizioni, nessun cessate il fuoco ma la fine definitiva del conflitto, e poi il rilancio con una serie di condizioni.
Tra queste ultime la fine dell’aggressione, il pagamento dei danni, il riconoscimento internazionale della sovranità iraniana sullo stretto di Hormuz, garanzie che non ci sia un nuovo attacco.
Quindi una bocciatura delle richieste dell’amministrazione Trump.
Nelle stesse ore però un altro alto funzionario iraniano, citato dall’agenzia Reuters, ha detto invece che Tehran starebbe ancora valutando la proposta e che non sarebbe ancora stata consegnata agli intermediari pachistani una risposta ufficiale.
Sempre l’agenzia Reuters, citando ancora una volta fonti iraniane, aveva anche scritto che un incontro tra iraniani e americani nei prossimi giorni non sia da considerare impossibile.
Appunto messaggi contrastanti.
Ufficialmente l’Iran nega qualsiasi dialogo con gli Stati Uniti, ma come abbiamo detto i canali di comunicazione sono stati aperti e i contatti ci sono stati. Ora come è difficile capire quale sia la strategia di Trump è altrettanto complicato intercettare e leggere i messaggi che arrivano dall’altra parte.
Nella complessità di questo quadro è tutto prevedibile. Sappiamo come agisca Trump e sappiamo che gli iraniani non si fidino in alcun modo dell’attuale amministrazione americana. In fondo sono stati bombardati per ben due volte a trattative in corso.
E poi c’è la variabile israeliana. Netanyahu ha una sua agenda, ancora più aggressiva di quella di Trump, e infatti è stato lui a convincere la Casa Bianca che fosse arrivato il momento di iniziare questa guerra. Non è un caso che ieri, con l’aumento delle voci di un possibile negoziato, Netanyahu abbia ordinato di colpire l’Iran il più possibile, senza perdere tempo.
A questo punto l’orizzonte è completamente aperto.
Ci potrebbe essere sul serio un incontro tra iraniani e americani. Sul lato americano potrebbe gestire il dossier il vice-presidente Vance, che finora è rimasto defilato.
Ma allo stesso tempo ci potrebbe essere un’ulteriore escalation militare.
Il Pentagono ha confermato l’invio di rinforzi, comprese truppe di terra.
Tehran da parte sua ha detto che in caso di attacco di terra non si farà problemi a distruggere il suo stesso territorio e ha minacciato attacchi anche sullo stretto di Bab al-Mandab tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
Particolarmente spinosa la questione del nucleare. Dopo tutto quello che è successo nell’ultimo anno non sarà facile convincere Tehran – se il regime dovesse rimanere in piedi come sembra – che non sia il caso di arrivare sul serio all’arma atomica, forse l’unico deterrente di fronte a Trump e Netanyahu.
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