Bartolozzi e Delmastro, le prime pedine del domino del governo a cadere

Alla fine della giornata le due teste che dovevano cadere sono cadute. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, e Andrea Delmastro, viceministro della Giustizia, si sono dimessi. Lei fu protagonista della riconsegna a Tripoli del torturatore libico Almasri, ha gestito con piglio autoritario il ministero facendosi molti nemici, ha definito “plotone d’esecuzione” la magistratura. Lui faceva affari con la figlia di un prestanome della camorra.
E pensare che ancora a tarda mattina il ministro Nordio li aveva difesi affermando che sarebbero dovuti rimanere al loro posto. Invece dopo poche ore i due erano nell’ufficio del ministro a firmare il passo indietro. In mezzo, l’intervento di Giorgia Meloni che ha chiesto di non perdere altro tempo. Bartolozzi e Delmastro sono le pedine sacrificabili. Le tessere di un domino che Meloni può accettare che cadano. Nordio li ha difesi fino all’ultimo perché sa che dopo di loro il più esposto è lui.
Il governo deve sperare che il sacrificio di Bartolozzi e Delmastro sia sufficiente dopo la sconfitta referendaria. E ovviamente le opposizioni ora chiedono anche lo scalpo del ministro, l’uomo che ha condotto la più dura campagna di delegittimazione della magistratura che si ricordi da parte di un ministro della Giustizia. Per Meloni difendere Nordio è vitale perché se cade un ministro, rischia tutto il governo. Già così, è un ministro azzoppato. E Nordio non è il solo ministro che sta messo male in queste ore. Tajani, il ministro degli Esteri, è sotto processo nel suo partito, Forza Italia, di cui è il coordinatore. Marina Berlusconi da tempo vorrebbe sostituirlo con il presidente della Regione Calabria Occhiuto e la sconfitta referendaria è l’occasione per provarci. Occhiuto potrebbe essere la persona in grado di recuperare un po’ degli antichi consensi perduti al sud. Certo, però, che pure Tajani ne sta venendo fuori delegittimato. Nordio e Tajani. Il ministro della Giustizia e il ministro degli Esteri. Le due pedine debolissime del governo. I due tasselli del domino che non devono cadere se Meloni vuole andare avanti almeno per un po’. Per quanto, poi, è un’altra storia.
Oggi il governo ha imposto che si inizi a discutere a breve della nuova legge elettorale, da votare di nuovo in solitaria, senza dialogo con le opposizioni, per cercare di evitare una disfatta alle elezioni politiche. Un colpo di mano che sembra una mossa disperata. Mentre qualcuno, nella maggioranza, in realtà ride. Qualche deputato leghista fuori da Montecitorio si faceva riprendere dalle telecamere mentre scherzava sereno sul sì e il no con i colleghi del Pd mentre Salvini stava in silenzio a Budapest. Pure questo non è un bel segnale per Giorgia Meloni.
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