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Renzi rischia anche nel Pd

Renzi ha affermato nella maniera più chiara e netta la sola cosa che avrebbe potuto dire dopo una sconfitta di questa portata: si è assunto personalmente la responsabilità, si è dimesso, si prepara all’atto finale, all’ultima possibilità che gli rimane, la resa dei conti dentro al Pd. Sulla carta ha ancora la maggioranza nel partito. L’incognita è: quanti continueranno a sostenerlo? E lui avrà ancora la forza per mantenere la segreteria?

Il controllo del Partito Democratico è la sua ultima possibilità per rilanciarsi gestendo dal Nazareno i passaggi più delicati dell’immediato futuro: la formazione del nuovo Governo, il congresso, la strada verso le elezioni politiche con la modifica della legge elettorale.

Ma il voto è una disfatta che potrebbe fare saltare anche gli equilibri formali dentro al Pd. Tra i candidati alla segreteria il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, è stato il più esplicito a chiedere una nuova guida. Tutte le minoranze però vogliono la testa di Renzi.

Il presidente del Consiglio dimissionario che invitava ieri notte i sostenitori del No a prendere l’iniziativa sulla legge elettorale si riferiva anche agli avversari interni al partito. E implicitamente l’iniziativa di cui si parla è più ampia che non la sola legge elettorale.

Ora le minoranze, in Parlamento e nel Pd, sono protagoniste. Le modifiche alla legge elettorale saranno difficilissime da approvare, con Grillo e Salvini che chiedono il voto subito e il Partito Democratico indebolito dalla dimensione della sconfitta.

Nel partito è cominciato di fatto il congresso. La forza di Renzi rimane l’assenza di una candidatura alla sua successione forte, unitaria e innovativa da parte delle minoranze. Il rischio immediato per il segretario è che dalla maggioranza si comincino a prendere le distanze.  Con un primo effetto, ad esempio, sulla formazione del Governo. Ne potrebbe scaturire una candidatura a Palazzo Chigi non facilmente controllabile, come potrebbe essere quella di Franceschini, per fare uno dei nomi di queste ore, a differenza di un Delrio o di un Padoan, più vicini al segretario.

  • Autore articolo
    Luigi Ambrosio
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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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