Regno Unito, i nuovi gruppi anti abortisti finanziati dagli Stati Uniti

In un Paese storicamente progressista come il Regno Unito, tendiamo a dare per scontato che alcuni diritti non ci verranno mai sottratti. Uno di questi è il diritto all’aborto. Ma in un crescente clima politico di destra radicale negli Stati Uniti e in tutta Europa, bisogna essere vigili quando si tratta di diritti. E il Regno Unito non fa eccezione.
La BBC ha pubblicato un dettagliato articolo in cui spiega come il movimento anti-aborto nel Regno Unito sia in crescita, e riceva fondi non indifferenti dagli Stati Uniti.
Amnesty International ha condotto uno studio in cui ha cercato di mappare questi gruppi e l’ecosistema in cui si muovono. “Ne abbiamo mappati 65, di cui il 75% sono registered charities o companies – ci dice Chiara Capraro, portavoce di Amnesty International che si occupa di gender justice – è stata forse la cosa più scioccante per me, perché appunto queste sono charities, si considera che abbiano un charitable aim, che possono fare raccolta fondi e chiedere soldi a vari fondatori, incluso il governo. Quello che abbiamo trovato è che i rami britannici di organizzazioni statunitensi sono quelle che spendono di più, e in particolare l’Alliance For Defending Freedom.”
Ma partiamo dall’inizio.
Si è parlato molto di aborto negli ultimi anni, soprattutto dopo l’annullamento di Roe v. Wade nel 2022, la sentenza che garantiva il diritto federale all’aborto negli Stati Uniti. Movimenti politici di estrema destra fanno propaganda contro l’aborto da anni negli Stati Uniti. Adesso stanno iniziando a nascere in Regno Unito i loro fratelli minori, gruppi che utilizzano spesso altre cause della destra come cavallo di battaglia, ma che fanno parte di un ecosistema di organizzazioni il cui fine ultimo rimane erodere i diritti in favore dell’individualismo e dei valori tradizionali.
Un caso interessante per il Regno Unito, spiega Capraro, è Alliance For Defending Freedom (ADF). Quest’ultima non si presenta come un’organizzazione anti-aborto, ma bensì come a favore del free speech. Questo è un punto fondamentale per capire il movimento anti-aborto nel Regno Unito: le sue organizzazioni fanno parte di un conglomerato di alleanze che si batte contro i diritti lgbtq+ e contro la cosiddetta wokeness, ma anche contro l’aborto. ADF supporta le persone arrestate per aver protestato nelle “safe access zone”, le zone sicure intorno alle cliniche abortive. Un caso per cui ADF si sta battendo è quello di Livia Tossici-Bolt, una donna di 64 anni condannata ad aprile 2025 perché si era posizionata in una zona sicura fuori da una clinica abortiva con un cartello con scritto “Here to talk, if you want”, “Sono qui per parlare se hai bisogno.” Scavando un pochino si scopre che Tossici-Bolt è un’attivista anti-aborto con un certo seguito, non esattamente l’innocente pensionata che ADF cerca di dipingere. Secondo lo studio di Amnesty International, la spesa di Alliance for Defending Freedom è cresciuta del 187% dal 2019 al 2023.
Anche la professoressa Fiona de Londras, della scuola di legge dell’università di Birmingham, sta monitorando questi gruppi. Con lei abbiamo provato a capire chi sono le persone che fanno parte del movimento anti-aborto. Alcuni sono guidati dalla religione, dalla propria fede, ma non tutti. Altri pensano che l’aborto sia pericoloso per la salute fisica e mentale della donna, una tesi che non ha basi scientifiche. Per altri, limitare l’aborto è una forma di controllo dei corpi, un’estensione del potere istituzionale necessaria per dare ordine alla società. Secondo De Londras molti di questi gruppi nel Regno Unito usano le loro tesi non per ottenere un completo divieto dell’aborto, ma per limitare le circostanze in cui l’aborto può avvenire legalmente.
“Queste argomentazioni non mirano necessariamente ad eliminare il diritto all’aborto, – spiega De Londra – ma a sostenere la necessità di una serie di cosiddette “garanzie per le donne” in merito all’accesso all’aborto. Tutti questi requisiti, in vigore in diversi stati degli Stati Uniti, sebbene non in tutti, derivano in gran parte dall’argomentazione secondo cui questo è l’unico modo per tutelare la salute delle donne se gli si concede di accedere all’aborto. È invece dimostrato che l’aborto è una parte fondamentale dei servizi di salute riproduttiva. Ciò che ha un impatto negativo sulla salute è la negazione dell’aborto.”
Ed eccoci di nuovo al punto di prima: l’ecosistema di questi gruppi è una rete potente, capace di adattarsi ai diversi climi politici. È difficile da identificare perché con il tempo ha imparato a mitigare le proprie richieste, almeno in superficie, per entrare nel mainstream. Questo rende questi gruppi ancora più pericolosi, perché vengono sottovalutati. E se pensiamo che questo sia allarmismo, specialmente in un Paese come il Regno Unito, le parole di Capraro sono invece un monito, soprattutto nell’attuale clima politico.
“Se pensi nel lungo termine, e a quante risorse economiche questi hanno, non darei per scontato che le cose rimangano come sono. Anche perché, prendiamo ad esempio Reform: dentro a Reform si sta formando un gruppo di abortisti ideologicamente impegnati”.
Però non ci sono solo brutte notizie. Il 19 marzo la camera dei Lord ha approvato una proposta di legge per dare il “pardon”, sostanzialmente la grazia, alle donne condannate per aborto illegale. Lo scorso giugno l’altra camera del parlamento ha votato per depenalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza. La maggior parte delle persone nel Regno Unito è a favore del diritto all’aborto e della decriminalizzazione delle donne che si trovano ad abortire in circostanze fuori dalla legge. Ma a livello di società, dobbiamo rimanere vigili per preservare questi diritti e assicurarci che nessuno provi a portarceli via.
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