50 anni di Esteri. Radio Popolare c’era già quando il Sud del mondo non faceva notizia

“Fare Esteri” cinquant’anni fa non era facile. Esistevano le agenzie stampa internazionali e le “grandi testate”. La maggior parte del mondo era invisibile, in assenza di contatti diretti con l’Occidente. Abbiamo saputo molto sul Vietnam, ma quasi nulla del conflitto angolano. I corrispondenti dei grandi giornali risiedevano a Londra, New York, Parigi, raramente a Lagos o a Rio de Janeiro. Poi c’erano gli inviati, che riuscivano ad avere e fornire una visione più completa perché potevano recarsi nei luoghi delle notizie, sempre al netto di quei Paesi dove non era permesso entrare, come in Unione Sovietica. Il resto dell’informazione si doveva pescare con cura e pazienza dal flusso della cosiddetta “controinformazione”, cioè dalle notizie che arrivavano direttamente dai Paesi esteri tramite bollettini, lettere, racconti dei rappresentanti dei fronti di liberazione o dei movimenti per i diritti umani. Eppure si riusciva lo stesso a riequilibrare le informazioni fornite dalle fonti ufficiali con quelle quasi clandestine, e soprattutto a dare notizie di quegli angoli della Terra che erano totalmente ignorati dalla grande stampa.
Per gli anglosassoni la regola fondamentale del giornalismo è “i fatti sono sacri, l’opinione è libera”. A quei tempi, raccontare i fatti oscurati era indispensabile per la formazione delle opinioni: in quel contesto la radio è stata un veicolo eccezionale, soprattutto grazie all’attività delle radio indipendenti che negli anni ’70 iniziavano a trasmettere qua e là, e poi diventarono rete. Lottarono contro la gerarchia delle notizie dell’epoca, che considerava verità solo quella raccontata dalle grandi testate, mentre tutto il resto era ritenuto amatoriale o addirittura ideologico. Col senno di poi, si può dire che fu la cosiddetta controinformazione a permettere che esistesse l’informazione tout court. Molte delle notizie che all’epoca venivano bollate come controinformazione “di parte” si sono infatti rivelate verità storica.
Il panorama attuale dell’informazione è radicalmente diverso, con decine di migliaia di fonti giornalistiche che raccontano dal basso e dall’alto ogni angolo del pianeta. Non ci sono zone completamente oscurate, nemmeno sotto i regimi, che possono controllare ciò che si scrive entro i loro confini nazionali ma non quello che si produce altrove.
Finita l’epoca d’oro della radio, Internet si è rivelata il più grande strumento per l’affermazione del diritto di stampa, ma è diventata anche un’autostrada della propaganda, di cui si fa un uso sfrenato, e soprattutto della disinformazione. Perciò oggi come ieri, malgrado l’abbondanza di fonti da cui possiamo attingere, per chi fa informazione restano valide le regole di partenza che riguardano la scelta delle fonti, la verifica dei fatti, l’ascolto dei protagonisti – e solo successivamente l’espressione di un’opinione, se questa può aiutare a comprendere lo sviluppo della situazione. Al contrario, l’approccio “da tifoseria” che prevale sui social fa un pessimo servizio ai cittadini, privandoli, di fatto, del diritto a sapere prima di formarsi una propria opinione. Radio Popolare è un esempio di come si possa fare informazione dalla parte dei più deboli, senza tifoseria. Mezzo secolo fa, per noi erano interlocutori alla pari delle agenzie stampa i rappresentanti dell’OLP, del Fronte Farabundo Martí, del Fronte Polisario, delle Madri di Plaza de Mayo. Anche oggi, per quanto i nostri tempi siano ricchissimi di fonti, c’è lo stesso bisogno di scegliere una linea narrativa che dedichi attenzione ad ascoltare e a dare dignità a quelle voci che, malgrado tutto, continuano a restare fuori dal circo mediatico.
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