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Taranto, il diritto e la giustizia per l'acciaieria e la città.
A CURA DI:
Raffaele Liguori
pubblica@radiopopolare.it
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Il profitto non viene prima dell'umanità. E' il principio che hanno invocato ieri i sindacati a Roma, dopo la morte dell'operaio 22enne, precipitato dal Colosseo mentre stava lavorando. Ci sono volute le proteste dei sindacati perchè il ministro Giuli ordinasse la chiusura ai turisti dell'Anfiteatro Flavio – dopo la morte del giovane operaio. “Umanità prima del profitto”, c’era scritto sui cartelli portati dai manifestanti al presidio di protesta dei sindacati confederali e di base. E se considerassimo questo un principio sempre valido da Roma a Taranto e ovunque? Vorrebbe dire – nel caso dell’ex Ilva – considerare sempre valido il principio «prima la salute e poi la produzione». Eppure questo principio sembra far fatica ad emergere, anche se le ultime sentenze ne confermano la validità. A Taranto c'è una paura enorme, ed è comprensibile: si teme che realizzare il diritto alla salute significhi sacrificare l'acciaieria, e quindi il lavoro, il reddito di migliaia di persone. In questa situazione a parlare sono soprattutto le sentenze. La politica appare incapace di elaborare una politica pubblica, di interesse pubblico, per quel sito e quella comunità di lavoratrici e abitanti. Allora, mi chiedo: non è forse arrivato il momento di far parlare non solo il diritto, con le sue burocrazie processuali, ma anche la giustizia, con i suoi principi? Parlare di Taranto significa parlare di quelle vite scomparse nella malattia o nella morte. Non è stato un incidente sul lavoro. Non sono un incidente sul lavoro le 2600 velenosissime tonnellate di amianto inglobate negli altiforni. E' la giustizia che definisce i confini, i perimetri, che vanno oltre le regole pur necessarie del diritto. E' un atto di giustizia dire che «non è giusto costruire una fabbrica che genera morte». Ha detto uno dei massimi esperti di sicurezza sul lavoro, Bruno Giordano, magistrato: «il problema non è penalizzare di più, ma prevenire meglio». E ha aggiunto: «è evidente che in questo paese c’è un problema di etica dell’impresa, del mercato e quindi del lavoro, prima ancora che di responsabilità penale».
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