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Plestia Alaqad, la giornalista di Gaza che ha raccontato il genocidio sui social

12 aprile 2026|Martina Stefanoni
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Plestia Alaqad

Dopo 6 mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, la situazione nella Striscia è ben lontana dall’essere pacificata.Continuare a raccontare la Striscia e le condizioni i cui sono ancora costretti a vivere i palestinesi, resta fondamentale, ed è solo grazie ai giornalisti della Striscia se abbiamo questi racconti. Una di loro è stata Plestia Alaqad: 24 anni, nata e cresciuta a Gaza. Aveva 22 anni quando è iniziato il genocidio, e aveva da poco finito di studiare giornalismo. A novembre 2023 è riuscita ad uscire dalla Striscia grazie ad un parente che viveva in Australia, ma ha raccolto la sua vita di quei terribili 45 giorni in un diario. Quel diario è diventato un libro, “Gli Occhi di Gaza”, edito in Italia da Sonda Edizioni. Martina Stefanoni l’ha raggiunta al telefono.

Il tuo libro inizia con il racconto della tua vita prima del 7 ottobre. Com’era Gaza prima?

Ho voluto iniziare il libro raccontando la mia vita prima, perché per i palestinesi la storia non è iniziata il 7 ottobre. E se Israele non avesse bombardato la mia casa, avrei conservato tutti i miei diari precedenti, visto che scrivo e tengo un diario da quando ero in prima media. Purtroppo, però, sono stati bombardati e ora si trovano sotto le macerie. Ecco perché “Gli occhi di Gaza” contiene le pagine del mio diario, ciò che sono riuscita a scrivere durante il periodo in cui ho vissuto e sono sopravvissuta al genocidio.La vita a Gaza era molto semplice. Ma il fatto è che, dopo aver visto o vissuto un genocidio, abbiamo iniziato a rimpiangere e a provare nostalgia per la vita di prima, anche se la vita di prima era sotto assedio, sotto occupazione, senza elettricità per tutto il tempo, con i confini che si aprivano e si chiudevano ogni paio d’anni, e con le aggressioni israeliane contro Gaza.Ma tutto ciò ha iniziato ad apparire insignificante o accettabile, rispetto all’estremo orrore accaduto dopo l’ottobre del 2023. E c’è una cosa che noi palestinesi abbiamo… e non voglio romanticizzare, il dolore o la resilienza, ma se c’è una cosa che ci contraddistingue è che Israele può bombardare qualsiasi cosa, può bombardare te, la tua casa, la tua vita, ma non il tuo spirito.Quindi la mia sensazione è che, a prescindere dalle circostanze, cerchiamo sempre di creare qualcosa dal nulla, qualcosa dal dolore. Ecco perché prima dell’ottobre 2023, a Gaza, nonostante tutto, si vedevano posti belli, uscivamo e cercavamo di vivere nonostante tutte le difficoltà, perché che alternative avevamo?

Nei primi capitoli del tuo libro emerge chiaramente come i bombardamenti siano una costante nella vita di Gaza. Tanto che all’inizio racconti che tua madre ha pensato che i primi bombardamenti del 7 ottobre fossero un temporale. Mi ha anche molto colpito leggere che la prima notte tra il 7 e l’8 ottobre hai faticato a dormire non per la paura, ma per l’emozione del tuo primo incarico come corrispondente. Quando ti sei resa conto che questa volta era diverso?

Mi ci sono volute meno di 24 ore per capire che questa volta era diverso. Il primo giorno ero entusiasta all’idea di poter fare reportage, di poter raccontare la storia, ed era una sorta di distrazione per allontanarmi da quello che stava succedendo. Ero ossessionata dal fatto che, almeno questa volta, sarei stata in grado di raccontare la nostra storia.Ma nel momento in cui guardavamo il telegiornale, e vedevamo cosa stava succedendo, la quantità di bombardamenti, quante persone uccise, quanti palestinesi venivano sfollati… io ricordo che guardavo fuori dalla mia finestra e vedevo la gente in preda al panico che faceva la spesa al supermercato, comprava tutto quello che poteva servire… cosa che pensavamo di aver già vissuto. Perché cosa fai quando scoppia una guerra? Stai lontano dalle finestre, accumuli in casa le cose che potrebbero servire, compri il pane e così viaMa dopo le prime 24 ore, abbiamo capito che la situazione era diversa per via dell’entità degli spostamenti che si verificavano e poi, fin dalle prime settimane, Israele ha bombardato gli ospedali. Quindi abbiamo capito che le cose stavano degenerando come non avevamo mai visto prima.

Nel tuo diario c’è un giorno, il dodicesimo, in cui parli di genocidio per la prima volta. Cosa ti ha spinto a parlare di genocidio proprio in quel momento?

Perché quel giorno in particolare ho assistito al bombardamento di un ospedale. E ingenuamente, ho pensato: “Oh, qui è stata superata una linea rossa. Quindi forse ora sarà finita, il mondo intero impazzirà”. Cioè, com’è possibile?Perché per me, quello che sta succedendo non riguarda tanto Gaza e i palestinesi, quanto piuttosto ciò che permettiamo che esista nel nostro mondo. Per questo sono rimasta delusa nel constatare che tutto ciò accada e continui ad accadere nel nostro mondo.

Durante quei 45 giorni, avresti mai immaginato che le cose potessero andare in quel modo e che sarebbero continuate ad andare in questo modo ancora oggi?

Non so se sia ingenuità o ottimismo, ma non avrei mai pensato che sarebbe durata per anni, non avrei mai pensato che sarebbe continuata a peggiorare così tanto. E non so, ho sempre avuto quella piccola, minuscola speranza dentro di me. E ogni volta mi dico: “Okay, okay,non può andare peggio di così. Okay, abbiamo raggiunto il punto peggiore. Okay, finirà presto”. Continuo a ripetermelo.Ma eccoci qui.

A un certo punto, circa a metà del libro, dici: “Non sono più la stessa persona di prima”. In che modo sei cambiata?

Come si può essere la stessa persona dopo essere stati negli ospedali e aver visto persone amputate, aver visto bambini senza arti, senza abbastanza letti per loro, che vagavano per le strade, aver sentito l’odore della morte, aver visto cadaveri e tende ovunque… dopo aver vissuto tutto questo, Come si può essere la stessa persona? Non avrei mai pensato che vivessimo in un mondo così crudele.Ma dopo aver visto tutto quello che ho visto, non puoi semplicemente smettere di averlo visto. Non puoi smettere di sentire quei suoni. Non puoi cancellare tutto quello che hai vissuto.

Parli anche di “Plestia diurna” e “Plestia notturna”. Le notti erano peggiori dei giorni?

Le notti erano decisamente peggiori dei giorni, perché almeno di giorno, se vieni ucciso o bombardato, puoi vedere cosa succede intorno a te. Ma di notte, senza elettricità, se diventi un bersaglio o vieni ucciso, è più difficile per l’ambulanza raggiungerti. È più difficile vedere.Mi sentivo relativamente più al sicuro durante il giorno. E poi di giorno, mi occupavo sempre di raccogliere storie, quindi sentivo di avere uno scopo. Ma di notte, quando chiudevo gli occhi e cercavo di dormire, continuavo ad avere incubi. Poi mi svegliavo e pensavo: “Ok, era un incubo? O era la mia vita?”. E la cosa peggiore era che tutto ciò che vivevo durante il giorno era peggio degli incubi. Mi ricordo molti ragazzi che ho intervistato, con cui ho parlato… le loro voci mi perseguitano e non mi abbandonano mai. Come i bambini che parlano tranquillamente di Israele che uccide i loro genitori, di come la loro casa è stata bombardata, di come sono gli unici sopravvissuti. E io penso: ai bambini non è permesso essere bambini a Gaza. Cioè, perché i bambini conoscono queste parole, fanno questi discorsi? Cioè, perché viviamo in un mondo in cui è permesso che esista la parola genocidio?

Nel libro mescoli la narrazione del genocidio e dell’orrore che tutti abbiamo visto in TV, sui social media, a piccoli momenti di vita quotidiana. In che modo hai visto la vita continuare ad andare avanti a Gaza in quei giorni?

Non importa cosa succeda, che ti piaccia o no, la vita va avanti e continua ad andare avanti, anche se sembra che la tua vita stia andando a pezzi. Quindi ogni giorno ti svegli, se non vieni ucciso, e cerchi di andare avanti con la tua giornata.

Parli spesso del tuo lavoro come giornalista a Gaza. Qual è stata la parte più difficile del tuo lavoro?

La parte più difficile è che ho sempre considerato il giornalismo una professione nobile. E improvvisamente mi è sembrato che il crimine fosse essere un giornalista, invece che uccidere i giornalisti. Quindi la parte più dura è stata la consapevolezza che la vita della mia famiglia fosse in pericolo a causa della professione che ho scelto, perché abbiamo visto che Israele prende di mira non solo i giornalisti, ma anche le loro famiglie.

Tu hai sempre usato molto i social media, anche perché sei giovane, e quindi questo è il tuo linguaggio. Quando eri a Gaza, avevi la percezione che ciò che dicevi sui social media avesse un impatto così grande in tutto il mondo?

Utilizzo i social media perché volevo una mia piattaforma personale, dove potessi decidere quale terminologia usare e come modificare e pubblicare i contenuti. Per decenni abbiamo assistito a come i media abbiano disumanizzato i palestinesi e al modo in cui ne hanno parlato, sia attraverso la terminologia utilizzata, sia attraverso le notizie che hanno scelto di pubblicare. Avere una mia piattaforma mi ha dato l’autorità e il controllo su cosa pubblicare, cosa non pubblicare e la possibilità di dire le cose come stanno.

Cosa pensi della copertura mediatica occidentale del genocidio a Gaza?

Ora, dopo più di due anni, l’interesse dei media e ciò che sta accadendo a Gaza è diverso dall’interesse mediatico che c’era durante il 2023 e il 2024. Ho la sensazione che ora ci sia un po’ di desensibilizzazione perché la gente pensa: “Ok, abbiamo visto tutte queste immagini, tutta questa violenza negli ultimi due anni, ma cosa possiamo fare?”. E quando scorri casualmente i social media e Instagram e continui a vedere immagini di bambini decapitati, palestinesi bruciati, ti desensibilizzi a quel tipo di contenuti, direi. Ma non si tratta di contenuti, è la realtà. E quelle immagini che non riuscite a sopportare di vedere online per due minuti, rappresentano la realtà di quelle persone negli ultimi due anni, se non addirittura negli ultimi decenni.

Ora siamo nel 2026 e a Gaza c’è un cessate il fuoco, ma sappiamo che poco è cambiato. Quindi, cosa immagini per Gaza, prima di tutto, e poi anche per te stessa?

Spero solo che i palestinesi possano vivere in un mondo in cui sappiano che il giorno dopo potranno svegliarsi senza aver perso una mano o una gamba, un familiare o senza che la loro casa venga bombardata mentre dormono.

Vorresti tornare a Gaza?

Certo, mi piacerebbe tornare nella Gaza che conosco.

Ma non questa…

Questa versione di Gaza…non la conosco. La mia casa è stata bombardata, la casa dei miei nonni è stata bombardata, la scuola che frequentavo è stata bombardata, la redazione del giornale dove lavoravo è stata bombardata. È come se tutta la mia vita fosse stata cancellata e Israele avesse reso Gaza inabitabile. Quindi ora, ogni volta che vedo foto di Gaza, non la riconosco. Non riconosco le strade, gli edifici. È tutto in macerie.

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