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L’UNESCO e i teatri condominiali: la conferma della politica culturale conservatrice del Governo

26 luglio 2026|Ira Rubini
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L’UNESCO e i teatri condominiali: la conferma della politica culturale conservatrice del Governo

Il grande patrimonio artistico e culturale italiano, da qualunque parte lo si prenda, non può che fornire quasi infiniti spunti per un riconoscimento UNESCO. Ma è la scelta che i diversi governi compiono nel proporre le candidature di ciò che deve ottenerlo, che rappresenta lo zeitgeist, lo spirito del tempo. I teatri condominiali furono un modello culturale che si diffuse tra il XVIII e il XIX secolo nei borghi dell’Italia centrale, e che fece uscire lo spettacolo dai palazzi nobiliari e dalle istituzioni religiose, dove era destinato a pochi, portandolo fra la gente, per iniziativa di notabili e amministratori locali. Un fenomeno virtuoso e giustamente riconosciuto dall’UNESCO. In passato, l’attuale governo aveva già provato, stavolta in sede parlamentare, a far dichiarare “monumenti nazionali” molti teatri comunali. Ma la lista compilata seguiva criteri così sgangherati, che le vivaci critiche suscitate avevano fatto naufragare l’iniziativa. Quella dei teatri condominiali, più circoscritta nello spazio e nel tempo, proposta dal presidente della regione Marche Acquaroli di FdI, ha avuto più fortuna. Ma perché il Governo ci tiene tanto a “monumentalizzare” i teatri? A uno sguardo più attento, la scelta conferma la direzione da tempo intrapresa in ambito culturale: recupero delle glorie passate e della tradizione, in un’operazione nostalgia dal sapore patriottico, anche quando è regionale. Ma le vere domande sono: che fondi saranno destinati ai teatri in oggetto? E per farci cosa? Per ricreare davvero una comunità culturale locale o per calare dall’alto qualche direzione artistica accondiscendente? Per favorire il teatro contemporaneo, che in questi ultimi anni è stato fortemente penalizzato, o per creare stagioni mummificate? Forse, è il caso di riparlarne fra un po’.

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