Milano, i nomi non bastano: chi si candida dica cosa ha in mente per la città

I primi ad accogliere positivamente le parole con cui Mario Calabresi ha detto di volersi candidare alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato sindaco di Milano sono stati alcuni esponenti riformisti del PD milanese e il centrista Carlo Calenda insieme ai suoi rappresentanti locali, a cominciare da Daniele Nahum. Calabresi è il candidato che aspetta chi pensa che il prossimo sindaco debba avere un profilo moderato.
Altre candidature in campo sono più radicali: Tommaso Goisis, Lorenzo Pacini. E mentre anche la vicesindaca Anna Scavuzzo e l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte, entrambi espressione della corrente riformista del PD, si dicono disponibili, si attende che rompa gli indugi il nome forte dell’ala sinistra del partito, Pierfrancesco Majorino.
Fino a oggi ha prevalso la tattica. Il Partito Democratico, sia a Roma che a Milano, prende tempo fino a settembre per dare indicazioni chiare. E impazzano i retroscena. È auspicabile che la candidatura per la successione a Sala venga scelta con la partecipazione dei cittadini. Mentre anche Vannacci mette un piede a Milano e grida “è la città più insicura d’Italia’, soffiando sul fuoco del risentimento e del populismo di destra, contro la disaffezione alla politica i nomi in quanto tali servono a poco senza progetti per affrontare i problemi importanti di cui soffre Milano.
Le classi popolari, che un tempo erano la base del voto di sinistra, subiscono la gentrificazione, l’esplosione dei prezzi, la crisi dell’abitare, il taglio dei servizi. Anche la crisi climatica colpisce soprattutto i poveri. In troppi sono via via costretti a lasciare la città. Dopo 15 anni di governo da parte della sinistra, quello che serve oggi sono programmi chiari e soluzioni a questi problemi.
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