Philip Glass cancella la “prima” al Kennedy Center di Washington in protesta contro Trump

“Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di ritirare la mia Sinfonia n. 15 Lincolndal John F. Kennedy Center for the Performing Arts”, ha scritto Philip Glass in una dichiarazione diffusa martedì. Non è un dettaglio che nel suo annuncio il celebre compositore abbia scelto di chiamare l’istituzione culturale John F. Kennedy Center: ma dal 18 dicembre il centro culturale si chiama ufficialmente Trump-Kennedy Center. Inaugurato nel 1971, il Kennedy Center ha sede in un edificio sulla riva del fiume Potomac a Washington: da più di mezzo secolo, con un sistema di finanziamento misto pubblico/privato, produce e propone teatro, balletto, danza contemporanea, musica classica, opera, jazz, folk e popular music, ed è la più importante istituzione di questo genere di tutti gli Stati Uniti. Lo scorso anno, all’inizio del suo secondo mandato come presidente, Donald Trump ha mandato a casa il board del Kennedy Center e Deborah Rutter, presidente dell’istituzione dal 2014 e prima donna a occupare questo ruolo; al suo posto Trump ha collocato Richard Grenell, diplomatico, ex ambasciatore Usa in Germania, mentre nel board – tradizionalmente di composizione bipartisan – ha nominato una serie di altri fedelissimi, tra cui la procuratrice generale Pam Bondi, la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles e Usha Vance, moglie del vicepresidente J.D. Vance. Il nuovo board lo ha prontamente ricambiato nominando Trump chairman del board, e decidendo di associare il suo nome all’intestazione del centro: legalmente non sarebbe stato possibile, perché la decisione avrebbe dovuto passare attraverso il Congresso, ma il board non se ne è fatto un problema, e il nome di Trump è stato subito aggiunto, a caratteri cubitali, precedendo quello di Kennedy, sulla facciata dell’edificio. Oltre che alla sua smania di culto della propria personalità, la conquista del Kennedy Center corrisponde ad un’altra ossessione di Trump: la battaglia contro la cultura progressista, “woke”. I contraccolpi però non mancano. Nato nel 1937 (89 anni il 31 gennaio), Glass, il più popolare fra i maestri del minimalismo americano, autore anche di fortunate colonne sonore, gode di una notorietà internazionale che va ben oltre i confini del ristretto pubblico di cultori della musica contemporanea; a rendere simbolicamente ancora più forte la sua presa di posizione, lo status di artista insignito, oltre che di infiniti altri riconoscimenti, proprio del Kennedy Center Honor, assegnatogli nel 2018. La sua Sinfonia Lincoln – commissionata dallo stesso Kennedy Center e prevista in cartellone in prima mondiale per il 12 e 13 giugno, nel quadro delle celebrazioni per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti – si ispira al Lyceum Address, un discorso pronunciato nel 1838 nel quale il futuro presidente metteva in guardia contro masse o individui che non rispettando la legge potevano distruggere gli Stati Uniti, e auspicava che la Costituzione fosse la “religione politica” della nazione. “La Sinfonia n. 15 – ha spiegato Glass nella sua dichiarazione – è un ritratto di Abraham Lincoln, e oggi i valori del Kennedy Center sono in aperto conflitto con il messaggio della Sinfonia. Per questo sento il dovere di ritirare questa ‘prima’ dal Kennedy Center sotto la sua attuale direzione”. Quella di Glass è solo l’ultima di una serie di defezioni di artisti di diversi ambiti, classico, jazz, folk, che si sono ritirati dalla programmazione del Trump-Kennedy Center. Se non ha fatto altrettanto rumore a livello internazionale, non meno clamorosa è la decisione presa in gennaio dalla Washington National Opera di lasciare il Kennedy Center, che è la sua sede fin dal ‘71: il board del Trump-Kennedy Center ha ribattuto che era proprio il board ad avere chiesto alla Washington National Opera di lasciare il centro. La stagione del Kennedy Center, intanto, arranca fra cancellazioni di appuntamenti e vistoso calo di spettatori. Kristy Lee, una cantautrice folk che ha annullato il suo show in cartellone in gennaio, ha scritto in un post sui social: “Quando la storia americana comincia a essere trattata come qualcosa che può essere vietato, cancellato, rinominato, etichettato per compiacere l’ego di qualcuno, non posso salire su quel palco e poi dormire bene la notte”.
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