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Per Valditara la lotta al patriarcato è solo ideologia

Valditara scuola ANSA

Due visioni diverse, forse anche inconciliabili. Quella di Gino Cecchettin, improntata all’amore, al rifiuto dell’odio, alla battaglia per un’educazione all’affettività nel nome di sua figlia, “la cui vita, dice, era ispirata all’amore”. L’altra visione, quella del ministro dell’Istruzione Valditara, senza nessuna remora e nemmeno senso dell’opportunità, è quella dell’esclusione, del razzismo, dell’indicare il nemico da odiare, che non è il carnefice che sta in casa, il marito, il fidanzato, il collega, come dicono tutte le ricerche e anche le storie delle 120 vittime che ci sono state dalla morte di Giulia, no è l’immigrato, la “devianza, dice Valditara, portata dall’immigrazione clandestina”.

Il ministro dell’Istruzione, a cui in molti si sono appellati in questi mesi per poter avere nelle scuole l’insegnamento all’affettività e alla sessualità, è intervenuto con un video, gelando la sala della Regina alla Camera dei Deputati.
Prima del riferimento agli immigrati, ha trovato il modo di negare la battaglia stessa della famiglia Cecchettin. Per Valditara è sbagliata la lotta al patriarcato, è pura ideologia dice, quella battaglia era invece contenuta nell’appello della sorella di Giulia, Elena, che risponde al ministro dell’Istruzione con indignazione “cosa ha fatto il governo in questo anno, si chiede, se avessero ascoltato invece di fare propaganda, non continuerebbero a morire centinaia di donne”, una battaglia che è stata fatta propria anche dal padre.

Con la spilla della Lega al bavero, Valditara ha in sostanza offeso la famiglia Cecchettin, deviando l’attenzione sugli immigrati, l’ha spostata dall’oggetto in questione oggi, e cioè il fidanzato italianissimo che ha ucciso Giulia. È quello che la Lega cerca di non vedere, umiliando così la battaglia di un padre, il quale, ancora oggi, nel giorno in cui esattamente un anno fa seppe della morte della figlia, ribadisce di non volere odiare, di voler dedicare invece tutte le sue energie per gli obiettivi della fondazione, educazione nelle scuole, formazione degli insegnanti e nei luoghi di lavoro, borse di studio e iniziative. Ma forse nel cuore del Parlamento, quelle parole del ministro hanno graffiato il coraggio e la speranza di Gino Cecchettin, con amarezza ha commentato “ci sono valori condivisi e altri su cui dovremo confrontarci.”

  • Autore articolo
    Anna Bredice
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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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