Omaggio ad Abdullah Ibrahim: il pianista che aveva trasformato il jazz in voce di libertà contro l’apartheid

Nel Novecento le masse nere sudafricane si identificarono fortemente – nella musica ma per esempio anche nella moda e negli stili di comportamento – negli afroamericani degli Stati Uniti: e il Sudafrica è stato nel secolo scorso un caso unico al mondo di Paese in cui per un lungo arco di decenni la popolarità del jazz è stata paragonabile a quella che il jazz ha conosciuto in Nordamerica. Gruppi di jazz si formarono in Sudafrica fin dagli anni trenta, e il jazz si nutrì in modo inconfondibile degli umori delle musiche popolari dell’Africa australe. Negli anni Cinquanta il jazz sudafricano entrò in una fase di straordinaria maturità, che, però, a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta fu spezzata dall’inasprirsi della politica di apartheid, che spinse i più significativi esponenti della giovane generazione del jazz sudafricano a lasciare il Paese: con il pianista Abdullah Ibrahim, mancato il 15 giugno a 91 anni, se ne è andato l’ultimo grande protagonista di quell’epoca d’oro del jazz sudafricano e della dolorosa diaspora jazzistica causata dall’apartheid. Di origini etniche miste, sotho e boscimane, Abdullah Ibrahim, all’anagrafe Adolph Johannes Brand, nasce nel ‘34 a Cape Town, città con un particolare fisionomia multietnica e meticcia che si riflette in uno speciale assortimento di musiche popolari. Il pianista si fa notare sulla scena sudafricana, dove è attivo con il nome d’arte di Dollar Brand, già nel cuore degli anni Cinquanta; nel ‘59 si formano – con Brand al piano e il sassofonista Kippie Moeketsi, il trombettista Hugh Masekela e il trombonista Jonas Gwangwa – i Jazz Epistles, gruppo cruciale per gli sviluppi del jazz sudafricano, e in sintonia con l’hard bop che dalla metà del decennio aveva preso piede oltre Atlantico. L’esodo del jazz sudafricano comincia già prima del massacro nel ‘60 nella township di Sharpeville, che è poi uno spartiacque anche per il mondo della musica sudafricana: Miriam Makeba, che fa parte dell’ambiente del jazz e del musical, nel ‘59 arriva in Europa e sceglie poi l’esilio negli Usa, dove nel ‘60 approda anche Masekela, e più avanti anche Gwangwa. Dollar Brand viene in Europa nel ‘62, e poi, autorevolmente aiutato da Duke Ellington, si inserisce nel mondo del jazz d’oltre Atlantico, avviando una carriera di altissimo livello nel jazz internazionale. Brand si distingue nel panorama del piano jazz con uno stile originalissimo e coinvolgente: turgido, martellante e reiterativo, che evoca il canto corale così popolare in Sudafrica e la solennità del cantare insieme degli inni. Negli Stati Uniti Brand entra in contatto con la scena jazzistica d’avanguardia. Nel ‘68 incide, a Milano, con Gato Barbieri: l’incontro con il pianista, e il suo esempio di rapporto con le radici sudafricane, è decisivo per il sassofonista argentino per recuperare la propria identità latinoamericana e imboccare una prospettiva terzomondista. Alla fine degli anni Sessanta Brand si converte all’Islam e assume il nome di Abdullah Ibrahim. Suona e incide in piano solo, in trio piano/contrabbasso/batteria, ma anche con compagini più ampie, spesso formate da protagonisti del più avanzato jazz afroamericano, qualificandosi come un leader di prim’ordine. Nell’82 porta in Europa la ‘Kalahari Liberation Opera’, una sorta di musical jazz antiapartheid. Abdullah Ibrahim è stato dagli anni Sessanta uno dei più grandi pianisti sulla scena internazionale del jazz, e continuava ad esserlo: col tempo il suo pianismo si era fatto più asciutto, ma non meno consistente, e, anche in questi ultimi anni, di grande finezza e intensità poetica. È stato in attività fino all’ultimo: suoi concerti erano in programma in Europa questa estate.
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