Odissea: il potere può riconoscere i suoi crimini e abdicare

Con l’Odissea tornano le code ai cinema. Già è un valore che si esca di casa, ci s’incontri, si prenda atto che il vicino è uno come noi col quale scambiar parole, impressioni, magari empatia, non un nemico, né un invasore. Di più, si fa esperienza dell’oggi d’un mito su cui l’homo sapiens europaeus ha edificato un’identità in cui le diversità son ricchezza. E poi riaffiorano secoli di coscienza e responsabilità individuale e collettiva; lotte tra bene e male; ambivalenze d’un sapere che o finalizza la ricerca a vantaggio di tutti o perpetra la negazione dell’umano. Più che misurare la fedeltà o meno del regista Nolan a Omero preme leggere le contraddizioni d’un fenomeno inquietante: i milioni di donne e uomini che s’appassionano a Odissea sono gli stessi sulle cui teste governi, politica, superpotenze, contese geopolitiche, economia riproducono quanto il film denuncia: violenze, guerre; demonizzazione dello straniero; neocolonialismo; negazione di diritti umani, giustizia, norme internazionali; genocidi. Come tollerare il ripetuto, clamoroso, destabilizzante conflitto tra aspirazioni a vita, riscatto di singoli e popoli, fraternità possibile, e pulsioni di morte, distruttività, annientamento degli altri?
La domanda riporta all’essenza. Riecheggia l’Ulisse di Dante che esorta i compagni a osare, non cedere a paura, conformismo, quieto vivere, ci mettano la testa non la pancia: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Brutus è l’individuo gretto, ottuso, posseduto da narcisismo, ideologie, interessi suoi e di clan, pronto a violenze pubbliche e private, manipolazioni via social pur di appagare istinti, conseguire profitti per sé, affini e complici. L’opposto del bruto è chi fa bene il suo mestiere, “eroe” non in quanto superuomo o semidio, ma perché usa l’intelligenza, “legge dentro” persone, accadimenti, cose; conosce luci e Ombre dell’umano avendo teso alle une e praticate le altre.
L’Ulisse di Nolan s’interroga sugli dei contrari, sul suo smarrirsi sulla via del ritorno e si rende conto che lui è l’origine delle avversità, lui ha la colpa di aver provocato l’eccidio di inermi troiani con l’astuzia (il cavallo) che i potenti e miti patriarcali invece gli ascrivono a merito, lui ha fatta sua la sopraffazione dell’altro alleandosi con le mire di conquista di Agamennone e Menelao. Itaca, la patria agognata, può anche essere la coazione a ripetere una gestione del potere che se non persegue il bene comune porta a alleanze, guerre, distruzioni, sofferenze. Allora, tornato sulla sua isola, sbaragliati i Proci, dà l’esempio che si può far diverso: abdica in favore di Telemaco e si autoesilia, con Penelope.
Anche la donna deve rompere con lo schema della compagna del re nella gestione del potere e recuperare del femminile la creatività, la ricerca, l’essere sé stessi. Sulla scia di Nolan guardiamo a un evento di oggi: il Marocco (aiutato da qualcuno più potente e interessato) che usa le sofferenze di migliaia di disperati a Ceuta per attaccare Sanchez. Va in scena lo scontro tra intelligenza e brutalità. Si può ragionare con Madrid che chiede solidarietà all’Europa per affrontare e gestire i temi reali: povertà, migrazioni, modelli di sviluppo; o ammucchiarsi sotto il vessillo ingannevole e bugiardo del “difendiamoci dall’invasore” con Meloni, Trump, Musk, Putin, Netanyahu. Son due visioni dell’umano. Arte ed etica del cinema aiutano a capire quanto “il re è nudo”. La nudità di tycoon, sovranisti, guerrafondai, fondamentalisti religiosi e di opposizioni impotenti e litigiose può esser trasformata in speranza se usciti dal cinema ci si chiede “che cosa posso fare io?”. E mettercisi davvero. Altrimenti, che Odissea è?
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