Non è un diversivo, non è antisemitismo. Al corteo della Liberazione non ci stanno le bandiere di chi ha scatenato guerre e massacri

Il Ministro degli Interni Piantedosi oggi è tornato sui fatti del 25 aprile durante una visita al Memoriale della Shoah. In quella occasione ha detto due cose inaccettabili: per lui sono sullo stesso piano la sparatoria di Roma e la contestazione di Milano alla Brigata Ebraica, che ha dovuto abbandonare il corteo. Poi ha detto che sollevare il problema delle bandiere di Israele è stato “un diversivo”.
Il commento di Lorenza Ghidini
Quanto accaduto a Roma e a Milano non solo non è sullo stesso piano, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile, e che lo sostenga il Ministro degli Interni mette i brividi. Come si può dire che sparare addosso ai manifestanti è uguale a insultarli a parole, anche se magari in qualche caso isolato con frasi agghiaccianti? Così come Piantedosi finge di non capire che le bandiere di Israele nel corteo del 25 aprile sono un problema per molti, non solo per quelli che lui definisce “estremisti”.
Non è un diversivo, non è una questione di antisemitismo. Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah, l’ha definito “uno sbaglio”. Anna Foa, scrittrice e storica dell’ebraismo, ha detto “le bandiere israeliane non avevano il diritto di stare in quel contesto, come quelle americane”. Del resto non è difficile da capire: al corteo della Liberazione non si portano le bandiere di chi ha scatenato guerre e massacri.
Oggi anche il presidente del Memoriale della Shoah Roberto Jarach si è detto contrario a portare le bandiere israeliane il 25 aprile, Emanuele Fiano di Sinistra per Israele si è augurato che la “ferita amara” di sabato scorso venga “risolta insieme”. Andrebbe spiegato ai capi della Brigata Ebraica, che oggi hanno deciso di alzare il livello della provocazione: “Quelle bandiere? L’anno prossimo ne porteremo di più”.
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