Nobel per la Pace a una donna, autocrati [maschi] furiosi

Le reazioni furiose di Trump e Netanyahu al Nobel per la Pace dato a Navi Pillay confermano la misoginia diffusa e pericolosa per la democrazia. Le autocrazie non tollerano il femminile. («Chi vince comanda!», Donzelli dixit: FdI, destra con a capo una donna che però non vuole l’alternanza di genere; teme le “altre”?). Navi Pillay, la Presidente della Commissione Onu che ha definito “genocidio” l’azione del Governo di Tel Aviv, per il tycoon è un fantasma. «Non so nulla di questa donna, e nessun altro lo sa! Anzi, per quanto ne so, nessuno ha mai sentito parlare di lei». Non c’è solo invidia, frustrazione, rabbia, disprezzo per Stoccolma che ha bocciato ambiziosi deliri; il narcisismo del maschio ferito dalla sola idea di bilanciamenti e controlli al proprio potere vissuto come diritto di vita e di morte sull’altro si strozza in quel «non so nulla di lei». Lei vive e ha diritti solo se lui la riconosce e l’autorizza: è lo schema.
Il premier israeliano, a sua volta, è ricorso all’argomentare tipico di chi vede in libertà, autonomia, professionalità, eros personale e civile d’una donna l’ombra d’una strega. Per Bibi (coi suoi Ministri) «Pillay demonizza gli ebrei», ha «costruito un falso caso contro Israele», è in combutta con corrotti (sent chi parla, si dice a Milano) e con forze demoniache, visto che «Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». Tengono col fiato sospeso le complicità di Trump e Bibi a Gaza, nei territori occupati (gli Usa han negato il visto per l’Onu ad Abu Mazen), nella guerra all’Iran (di cui tutti paghiamo il conto colla crisi petrolifera); ed allarma l’aggressività contro Navi Pillay, incolpevole vittima del doppio pregiudizio di essere donna e di colore.
Il riconoscimento del Nobel la fa esempio di riscatto e rivoluzione possibile per le donne e quindi per il bene comune cui contribuiscono al pari degli uomini e in maniera propria, originale, imprescindibile. La giurista ha dedicato la vita a difesa dei diritti, riparazione a ingiustizie sociali, discriminazioni, disuguaglianze muovendo i primi passi nell’apartheid del suo Sud Africa, passando per il Ruanda dove grazie anche alla sua determinazione le norme penali internazionali han cominciato a includere lo stupro come potenziale crimine genocidario. Si attacca la Pillay per perseguire un fine eversivo: portare a compimento la distruzione di diritto internazionale, organismi terzi, di garanzia, vigilanza, giustizia.
Dopo le isterie dei boss il Segretario di Stato Usa Rubio ha definito la Corte Penale Internazionale «tribunale canaglia», «corte fuorilegge» promettendo di paralizzarne la capacità di operare. L’Europa ora dice di voler difendere la Corte. Al no al disegno criminale di distruggere un’istituzione di garanzia s’è unita l’Italia, ma in modo un po’ defilato: una nota della Farnesina. Meloni tace. Lei, donna madre cristiana, pochi mesi fa aveva candidato Trump al Nobel per la Pace.
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