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Elie Wiesel, messaggero dell’umanità

“Se sono sopravvissuto, dev’esserci stata una ragione”. Lo ha detto una volta, in un’intervista, Elie Wiesel, e la frase rende molto bene il senso di ciò che questo scrittore ha fatto tutta la vita. E cioè testimoniare, preservare la memoria, tenere vivo il ricordo di quanto successe a lui e ad altri milioni di ebrei.

Wiesel nasce a Sighet, in Romania. E’ appena adolescente quando l’Ungheria occupa la sua città. Prima vive l’esperienza del ghetto, poi il trasferimento, con il padre, ad Auschwitz. Il padre di Wiesel viene ucciso dai nazisti durante un altro trasferimento, a Buchenwald. La madre e la sorella muoiono nelle camere a gas. Il giovane Elie sopravvive. Si trasferisce prima a Parigi, dove comincia a scrivere per giornali francesi e israeliani. Poi, nel 1955, c’è l’arrivo negli Stati Uniti, dove Wiesel vive per il resto della sua vita.

Nel 1960, proprio negli Stati Uniti, lo scrittore pubblica “La notte”, resoconto autobiografico degli orrori sperimentati nel lager e, al tempo stesso, racconto del senso di colpa provato da Wiesel, come da molti altri ebrei, per il fatto di essere sopravvissuto; e riflessione sui dubbi, i tormenti di fronte a un dio che ha permesso una tale atrocità. Il libro ha un impatto straordinario negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Wiesel infatti racconta, rende esplicito quello che fino a quel momento molti sopravvissuti avevano tenuto per se’, evitato di raccontare, per vergogna, disperazione, paura di non essere creduti. Da allora, per 50 anni, con i suoi libri, interviste, interventi pubblici, Wiesel ha fatto soprattutto questo: il testimone delle atrocità subite, il “messaggero dell’umanità”, come è scritto nella motivazione del premio Nobel per la pace, che gli è stato assegnato nel 1986.

Wiesel ha levato la sua voce ogni volta che sono scoppiate nuove atrocità, persecuzioni, violenze. Ha condannato i bombardamenti Nato nell’ex-Yugoslavia. Si è battuto per il Darfur, per i diritti del popolo armeno, contro le violazioni dei diritti in Sud Africa e Argentina. Nel 2012, per protesta contro la china autoritaria e negazionista assunta dal governo ungherese, Wiesel ha restituito una medaglia che proprio l’Ungheria gli aveva attribuito. Per 50 anni, Elie Wiesel c’è stato, ovunque uomini e donne siano stati perseguitati, per la loro religione, appartenenza etnica, visioni politiche. Perché, come ha detto una volta, “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia chi tormenta, non il tormentato”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
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    Colonialismo e imperialismo. Due concetti che ritornano e forse non se ne sono mai andati. Il dibattito pubblico li usa come sinonimi di alcune eclatanti azioni dell’autoritarismo trumpiano: l’attacco al Venezuela con il rapimento di Maduro, le minacce a mezzo mondo, da Cuba alla Colombia, dalla Groenlandia a Panama. Le ferite del passato, il colonialismo di due e più secoli fa, e il colonialismo di oggi, per alcuni niente di più che protettorati. Pubblica ha ospitato Maria Rosaria Stabili, professoressa emerita di «Storia dell'America Latina» all'università di Roma Tre. Si è occupata nelle sue ricerche di temi come colonialismo, processi di occidentalizzazione, esilio. L’altro ospite è stato Marco Aime, antropologo, africanista e scrittore, già docente di antropologia culturale all'Università di Genova.

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