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Morto Ratko Mladić: da spietato boia di Srebrenica a condannato per genocidio

27 agosto 2026|Chawki Senouci
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Mladic NL

12 luglio 1995. Srebrenica è appena caduta. Il generale Ratko Mladić brinda con il colonnello olandese Karremans, comandante dei caschi blu ONU, che di fatto gli consegna i civili rifugiati nell’enclave. Tra la folla terrorizzata di Potočari, Mladić si muove come un padre rassicurante: promette che nessuno sarà toccato, distribuisce pane e cioccolato ai bambini. Poi si china verso uno di loro e gli accarezza la testa, sorridente, davanti alle telecamere.

Quelle immagini sono diventate storicamente significative per il contrasto tra l’atteggiamento mostrato e quello che sarebbe accaduto poco dopo: l’uccisione sistematica di oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani, riconosciuta come genocidio dai tribunali internazionali. Il male in tutte le sue forme. Raccontano la complicità di una comunità internazionale che per anni guardò l’assedio di Sarajevo — 44 mesi di cecchini e bombardamenti, diecimila morti – senza fermarlo, e non fece nulla per proteggere Srebrenica, “zona sicura” dichiarata tale dall’ONU. Accanto a quella complicità, l’indifferenza delle opinioni pubbliche occidentali: un silenzio che ha lasciato campo libero a chi massacrava senza pietà.

Mladić sognava di diventare un eroe per i serbi. Ha concluso la sua vita da criminale di guerra, in carcere, condannato per crimini contro l’umanità e genocidio. Di fronte ai giudici all’Aja è apparso un uomo invecchiato, segnato dalla malattia, dalla guerra, da 16 anni di latitanza, dal suicidio della figlia.

Con lui se ne va uno dei più feroci architetti della pulizia etnica. Ma non scompare il dolore di chi in quei giorni ha perso un padre, un marito, un figlio o un fratello nei boschi di Srebrenica, e da trentuno anni convive con un lutto senza pace.

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