Milano-Cortina, che cosa lasciano le Olimpiadi invernali

La cerimonia finale all’arena di Verona ha chiuso i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina. Un’edizione che sarà ricordata per essere stata la prima divisa tra la città e la montagna, in un momento storico particolarmente delicato e conflittuale.
Come ogni grande evento internazionale, le Olimpiadi sono state ricche di contraddizioni. Per 16 giorni hanno avvicinato Paesi lontani, hanno tentato di mandare un messaggio di pace, ma senza riuscire ad arrivare alla “tregua olimpica”. Hanno emozionato per le imprese sportive, ma lasciano tanti interrogativi per il futuro ai territori che le hanno ospitate.
Una sfida al nazionalismo, un premio per le “potenze medie”
Un gol nell’overtime ha impedito a Milano di entrare nella Storia, e non solo in quella dei Giochi. All’evento più atteso delle Olimpiadi — l’hockey su ghiaccio — una vittoria del Canada sugli Stati Uniti sarebbe stata ricordata a lungo come un atto di resistenza di un popolo pacifico di fronte alle minacce di annessione di Trump.
Milano-Cortina ha confermato che i Giochi invernali faticano a rispettare il mandato universale delle Olimpiadi (“sport per tutti” e “promozione della pace”). La tregua olimpica è stata un miraggio ovunque, soprattutto a Gaza e in Ucraina; inoltre, l’assenza del Sud globale per ragioni economiche e climatiche ha consolidato l’immagine di un “evento per Paesi ricchi”.
Ma a differenza dei Giochi estivi, dove il medagliere ricalca la gerarchia economica e militare mondiale, i Giochi invernali sono stati dominati dalle potenze medie guidate da Norvegia e Olanda. Come ha auspicato a Davos il Premier canadese Mark Carney, le potenze medie — sempre meno allineate con Washington, Mosca e Pechino — se unite, hanno le carte in regola per stare al tavolo dei grandi, anziché nel menu.
Infine, resta un’immagine autentica di queste due settimane: la grande folla multiculturale a Milano e l’empatia tra i tifosi. È una nota di speranza contro la febbre del nazionalismo e il tramonto del diritto internazionale; è la cosa che ci mancherà di più, oltre alle emozioni regalate dalle bellissime imprese sportive.
di Chawki Senouci
L’edizione record dello sport italiano
Le prime Olimpiadi invernali diffuse in tre regioni. Le Olimpiadi dei prezzi proibitivi per vedere una gara, della sostenibilità promessa e non mantenuta, sono state anche un’edizione che resterà nella storia dello sport italiano.
La delegazione italiana non aveva mai collezionato così tanti podi, trenta, in così tante discipline olimpiche, dieci. I numeri sarebbero però soltanto numeri senza i volti, i percorsi che hanno reso davvero memorabili certi risultati.
Le medaglie d’oro di Federica Brignone nello sci alpino, dal possibile ritiro per infortunio agli inchini delle avversarie con lei sul podio dello slalom gigante, sono una lezione di tenacia e di riconoscimento del valore di un’impresa. I record battuti da Arianna Fontana, l’atleta più medagliata nella storia olimpica dello sport italiano, sono un inno alla capacità di dare il meglio di sé quando conta di più e di farlo più e più volte, nell’arco di vent’anni. E ancora i due ori inaspettati di Francesca Lollobrigida, quelli concentrati in poco più di un’ora dello slittino, il primo oro del biathlon italiano con Lisa Vittozzi. La doppietta oro-argento nello skicross di Simone Deromedis e Federico Tomasoni, con la dedica di Tomasoni alla fidanzata Matilde Lorenzi, morta a 19 mentre si allenava sugli sci.
Storie senza le quali tutti e tutte saremmo più poveri di qualcosa. Storie che potrebbero aver fatto capire a un bambino o a una bambina cosa vuol fare da grande. La magia delle Olimpiadi che, nonostante tutto e tutti, resiste.
di Luca Parena
La Valtellina resta un cantiere aperto
C’è un eredità olimpica che non brilla come le medaglie, ma piuttosto opacizza il futuro dei territori montani. Nevicate dell’ultimo minuto hanno graziato alcuni dei luoghi che hanno ospitato le gare, che non si sono quindi presentate alle telecamere come ormai è usuale vederli, ovvero atraversati da striature bianche che interrompono il colore grigio-marrone della montagna invernale. Per innevare queste Olimpiadi si è stimato di dover produrre 1,6 milioni di metri cubi di neve artificiale, che richiedono 700.000 metri cubi d’acqua, un volume equivalenti a circa 280 volte una piscina olimpica. Per raggiungere questo obiettivo si é reso necessario creare dei nuovi bacini di accumulo come quello di Livigno: considerato il più grande d’Europa con i suoi 200 Mila metri cubi di capienza e realizzato a 2600 metri di quota, ha prosciugato il torrente che attraversa il paese da secoli e modificato il profilo della montagna, per garantire le olimpiadi e il futuro del comprensorio sciistico ai tempi del surriscaldamento globale. Un’opera simbolo di come a non voler cambiare éuna politica che a tutti i costi vuole portare avanti un modello evidentemente non più sostenibile. Le Olimpiadi sono state narrate anche come occasione di rilancio della montagna: ma in che modo c’è lo dicono le scelte fatte, che sono le solite: quelle che incentivano una frequentazione concentrata in pochi periodi e di forte impatto che lascia a quelli che ci vivono tutto l’anno, o ci ci vorrebbero vivere, sempre meno servizi.
di Serena Tarabini
Milano dopo i Giochi, un futuro da riscrivere
E dopo le Olimpiadi? Milano saluta i Giochi invernali che hanno portato ulteriore visibilità internazionale alla città, soprattutto nel mondo anglosassone e nel Nord Europa. Non che ne avesse particolare bisogno, ma insieme alla Valtellina e a Cortina godrà di una ricaduta di immagine positiva. L’assenza di turisti ordinari, sostituiti da quelli olimpici, ha scongiurato l’incubo di vedere trasporti in tilt, difficoltà negli spostamenti, didattica a distanza per gli studenti della Valle. Tutto si è svolto senza particolari problemi e atleti, staff e turisti olimpici hanno postato foto entusiaste di Milano e delle montagne interessate dai Giochi.
Milano, però, è arrivata a questi Giochi invernali senza un vero progetto per la città. Emblematico il caso della pista per il ghiaccio a Rho Fiera, che dovrebbe restare anche dopo le Olimpiadi, ma il cui annuncio improvvisato, è arrivato qualche giorno fa da Fontana e Sala solo dopo le critiche, anche di alcuni atleti, sull’assenza di ricadute sportive vere per la città.
Le Olimpiadi hanno probabilmente chiuso il cerchio sul modello Milano nato da Expo 2015, anche se alcuni tratti di quella città sono destinati a restare. C’è chi parla di una Milano degli eventi sportivi e musicali per i prossimi anni, riferendosi alle nuove arene che saranno costruite. Narrazioni dalle quali mancano gli abitanti, i loro desideri, le loro possibilità: materiale umano di cui si dovrebbe occupare la politica, che tra un anno andrà al voto.
di Roberto Maggioni
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