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Mano libera, ma con soldi pubblici: le ricette stantie di Confindustria e l’asse con Meloni

26 maggio 2026|Massimo Alberti
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Meloni

Il giorno dell’assemblea nazionale di Confindustria. Nella relazione del presidente Orsini, e nell’intervento che ne è seguito dalla presidente del Consiglio Meloni sono tanti i punti di convergenza. A partire dalle critiche alla burocrazia: quella italiana, e quella europea, soprattutto sulle norme ambientali. Entrambi hanno criticato le rigidità della transizione e chiesto l’abrogazione degli ETS, la tassa sulle emissioni inquinanti che finanzia il passaggio alle rinnovabili. Sempre per entrambi la prospettiva è il nucleare, la cui legge delega ha iniziato il suo iter alla Camera.
Gli industriali hanno chiesto il mantenimento di una serie di sussidi per investimenti ed assunzioni, trovando il favore della presidente del Consiglio.
Un dialogo a distanza che è stata  la rappresentazione di una classe imprenditoriale senza idee, che si autoassolve per i problemi strutturali di sistema, e di un Governo che per interesse e convinzione è sulla stessa linea. Che si vivano tempi complessi, sono tutti d’accordo. Sulle ragioni della fragilità e dei ritardi, Orsini e Meloni non hanno dubbi: le troppe regole europee, a partire da quelle ambientali, e l’eccesso di leggi che non consentono quella libertà di impresa che, a loro visione, farebbe volare l’Italia. Peccato che, mentre si rivendica libertà di agire, dall’altra si invocano i sussidi dello Stato per sostenere gli investimenti, come se quasi 60 miliardi che le imprese, sotto varie forme, ricevono ogni anno, non bastassero. Per fare cosa, se poi si contesta la transizione necessaria, quella verde, su cui le imprese continuano a non investire, abituate a competere di basso costo del lavoro? Orsini ammette il problema dei bassi salari, ma dice: non possiamo farcela da soli. Scordando l’unico dato dove l’Italia è in testa alle statistiche europee: i profitti. Chiede 20 miliardi per scuola, crescita, sanità, ma non dice dove prenderli, in un sistema fiscale sbilanciato e iniquo che premia i redditi proprio dei suoi associati. Sull’energia la ricetta è la neutralità ecologica: rinnovabili si, seppur in contraddizione nella battaglia contro le tasse sulle emissioni inquinanti, che l’energia pulita dovrebbero finanziare, ma soprattutto l’irrealistica panacea del nucleare. La presidente del Consiglio lo ha assecondato praticamente su tutto, cercando sponda sociale e politica in un momento complicato, ma che è anche comunanza di visione, messa a terra nei 4 anni di Governo. I risultati si vedono: l’Italia è in fondo a praticamente tutti gli indicatori socio economici europei. Tranne appunto i profitti delle imprese. Che applaudono.

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