Lorca, 90 anni dopo la fucilazione: amore, Andalusia, eternità

Novant’anni fa, il 19 agosto 1936, Federico García Lorca veniva fucilato in Andalusia, nel pieno della guerra civile spagnola. Da allora la sua figura è diventata un mito, capace forse di oscurare la grandezza della sua opera. Ne parliamo con José Jurado, professore di filologia e letteratura spagnola all’Università di Cadice, intervistato da Valeria Schröter: un percorso tra i temi che hanno reso Lorca universale, dall’amore e il suo lato oscuro alla solidarietà verso gli oppressi, dall’ossessione per la morte al legame viscerale con l’Andalusia.
Federico García Lorca è conosciutissimo in Spagna, e anche in molte parti del mondo, come il grande scrittore spagnolo, subito dopo Cervantes. Fa parte di un gruppo di artisti, intellettuali, giornalisti, musicisti che, agli inizi del Novecento, portano la cultura spagnola verso una vera e propria età dell’oro. Tanto che quel periodo viene chiamato “Edad de la plata” della cultura spagnola.
In quegli anni si forma un gruppo di scrittori giovani, quella che viene chiamata la Generazione del ’27, perché il 1927 è un anno simbolico nel loro percorso. E in quel gruppo, dove ci sono nomi molto conosciuti e molto validi, quello che spicca di più, il più famoso, è proprio Federico García Lorca. Quindi, riassumendo: Lorca è l’icona di una generazione di scrittori che è essa stessa icona di un momento storico e culturale fondamentale per la Spagna.
E spicca anche perché, a differenza di altri scrittori che si sono dedicati a un solo genere, o che sono stati bravissimi in un solo genere, Lorca si è distinto sia in poesia sia nel teatro. È diventato un punto di riferimento della letteratura spagnola contemporanea in entrambi i campi.
E se dovessi consigliare qualche opera a chi ci ascolta, magari a chi non conosce ancora Lorca e non ha mai letto nulla di suo, quali sceglieresti?
La produzione di Lorca è relativamente breve, perché fu ucciso quando era ancora molto giovane. Quindi quando parliamo di lui parliamo di un percorso breve, molto compatto. Un’evoluzione c’è stata, ma è limitata, se paragonata a scrittori che vivono ottant’anni o novant’anni.
Il cuore della sua opera resta la poesia e il teatro. In poesia ebbe una prima fase, chiamata neopopolarista, perché nasce dal dialogo con la tradizione popolare, dove si collocano due opere molto note: “Poemas del Cante Jondo” e il “Romancero Gitano”. Ecco, consiglierei di partire dal “Romancero Gitano”.
È un libro che ha una certa modernità, ma che attinge alla tradizione, e che dialoga con il mondo dei gitani e con l’Andalusia. C’è un tema centrale, che a Lorca interessava moltissimo: la pena, la sofferenza, il dolore dei gitani, della gente, del popolo.
A un certo punto Lorca parte per New York e lì si lascia attraversare dallo spirito delle avanguardie europee, dalla modernità della città. E scrive un libro rivoluzionario, “Poeta a New York”, il secondo che consiglio. Lì cambia tutto. Sperimenta con le parole, con i versi, con le strofe, per denunciare la disumanizzazione della vita moderna, la crudeltà di certe città, di certe megalopoli come New York, per denunciare il lato oscuro dell’essere umano.
Nel teatro – che Lorca aveva iniziato a scrivere già da giovanissimo – spiccano soprattutto i drammi rurali, verso la fine del suo percorso. Negli anni Trenta scrive tre grandi opere, molto rappresentate all’epoca e anche dopo, che parlano dell’irealizzazione dell’essere umano, dell’infelicità, della frustrazione. Per prima “Bodas de sangre”, Nozze di sangue, che racconta la tragedia di un triangolo amoroso che finisce in violenza e morte, e parla quindi della difficoltà di raggiungere la pienezza in amore.
La seconda si intitola “Yerma”, e disegna il dramma di una donna che non può avere figli, una donna sterile che desidera la maternità perché è quella a dare senso alla sua vita. Senza figli si sente svuotata e inutile, per colpa della società, della tradizione, e persino di se stessa.
E infine, una delle sue opere teatrali più famose: La casa di Bernarda Alba, dove cerca di raccontare il tema tradizionale del lutto. Bisogna fare silenzio, bisogna chiudersi nella solitudine e nell’interiorità quando qualcuno muore. È un’opera che parla dell’autorità di una donna anziana sui figli, dopo la morte del marito. Ecco, queste sono le opere principali per iniziare ad avvicinarsi a Lorca.
E ci sono dei temi che tornano nella sua scrittura, delle immagini ricorrenti?
Sì, Lorca, come i grandi artisti, ha delle vere e proprie ossessioni. Sono questioni che tornano nella prosa, nel teatro, nella poesia, dall’inizio alla fine della sua vita. E sono temi molto universali, ecco perché lo si può leggere quasi ovunque nel mondo.
Un tema fondamentale è l’amore, e il sesso. Lorca ha una concezione panteista dell’amore: ama tutto, le creature, le cose, la natura, l’arte. E questo dà all’amore, nella sua opera, una dimensione cosmica, quasi trascendente. Gli interessa moltissimo la passione amorosa.
Ma quell’amore che di solito associamo alla pienezza, alla soddisfazione, in lui è raccontato anche da un lato oscuro, negativo. Ha scritto dei poemi che ha intitolato “Sonetti dell’amore oscuro”, perché l’amore per lui è legato anche all’insoddisfazione, alla mancata realizzazione, quando l’altra persona non ti corrisponde, o, come nel suo caso, quando la società non accetta l’omosessualità, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Quindi l’amore, con tutte le sue pienezze e tutte le sue frustrazioni, è centrale.
E in parallelo c’è il tema del sesso, della carnalità, dell’impulso dionisiaco a cui l’essere umano non può resistere. E anche qui c’è di tutto, ma soprattutto insofferenza, perché lui, da omosessuale, non poteva manifestarsi apertamente.
Poi c’è un altro grande tema, legato alla sua solidarietà, alla preoccupazione sociale. In tutta la sua opera mostra solidarietà verso gli oppressi, i deboli, gli emarginati. Da qui l’interesse per il mondo gitano in Spagna, o per il mondo degli afroamericani negli Stati Uniti.
E il terzo tema, l’ultimo, è la morte. Lorca aveva piena coscienza della finitezza dell’esistenza. Come ogni essere umano, sapeva che la vita è limitata, che prima o poi si muore. E lui, che ha un senso fatalista della vita, che ha letto molto i greci, che ha un senso tragico dell’esistenza, nella sua opera riflette sempre sul passare del tempo, sulla fine dell’esistenza, sulla morte. Questi sono i tre grandi temi: l’amore e il sesso, i temi sociali, e infine la morte.
E qual è il suo rapporto con l’Andalusia?
Lorca ha un rapporto molto intenso con l’Andalusia. E come succede a molti che amano la propria terra, è un rapporto fatto d’amore e anche di… forse non parlerei di odio, ma di riflessione critica. Da una parte, in Andalusia trova tutto ciò che lo rende felice, ma dall’altra ci sono anche cose che non gli piacciono affatto.
Per esempio, certe tradizioni legate a una morale antiquata. Non gli piace il comportamento di certe classi sociali, il “signorotto” andaluso, la borghesia… Insomma, l’Andalusia per lui è tutto, alfa e omega. Per questo, in tutta la sua opera, riflette sull’Andalusia, al punto che il “Romancero Gitano” è, in un certo senso, il libro della pena, il libro dell’Andalusia.
Gli interessano molto i miti che ha ascoltato in casa da bambino, le donne che vivevano con la sua famiglia, la gente dei quartieri, i contadini che gli raccontavano leggende andaluse. Poi, per scrivere le opere teatrali, si informa su fatti di cronaca accaduti nei paesi dell’Andalusia, drammi realmente avvenuti, e li porta in scena.
Quando arriva a Madrid, e poi a New York, comincia a guardare l’Andalusia con più distanza, e si accorge che quella mitizzazione che lui stesso ha costruito a volte diventa un semplice luogo comune. Da qui nasce anche una critica verso alcuni aspetti che vede in Andalusia: la povertà, l’analfabetismo, la scarsa attenzione alla cultura, il classismo. Insomma, l’Andalusia è un elemento centrale, di riferimento, in tutta la sua opera.
E secondo te, qual è la sua eredità letteraria? È ancora un autore attuale? E se sì, perché?
C’è una cosa che mi colpisce sempre. Per molti anni ho insegnato a studenti stranieri, e ho sempre chiesto loro cosa conoscessero della letteratura spagnola. Rispondono sempre “Don Chisciotte”. E a volte chiedo: “e chi ha scritto Don Chisciotte?” E non lo sanno, non si ricordano il nome di Cervantes. “E cos’altro conoscete della letteratura spagnola?” “Lorca.” “E cosa ha scritto Lorca?” “Boh, non lo so.”
Con questo voglio dire che Don Chisciotte, come opera, ha in un certo senso “mangiato” il suo autore, Cervantes. Nel caso di Lorca è successo il contrario: è la figura di Lorca ad aver “mangiato” la sua opera. Quindi cosa ci è rimasto di Lorca? Io credo che ci sia rimasta soprattutto la sua personalità magnetica.
I suoi contemporanei lo ricordano come un uomo dal grande carisma, divertente, una persona che cantava, che suonava il piano, che recitava, e che si portava dietro tutti quanti. Ci è rimasta una grande personalità, un carattere umano che piaceva a moltissime persone. Una personalità spezzata dall’assassinio durante la guerra civile. E questo ha fatto sì che la sua morte lo abbia reso ancora più mitico. Nel caso di Lorca, la sua eredità è amplificata dalle circostanze crudeli dell’assassinio, della fucilazione nel 1936.
Ma al di là della personalità e della morte, Lorca oggi è più vivo che mai. Lo si vede dal fatto che le sue poesie continuano a essere cantate anche da cantanti giovanissimi, in Spagna. Continuano a essere prodotte serie televisive con Lorca come personaggio, film sulla sua vita e sulla sua opera.
Dal punto di vista artistico e letterario, una delle caratteristiche fondamentali della sua opera è l’universalità. Lorca parte sempre da elementi che prende dal folklore, dalla tradizione popolare. Sono quindi elementi che arrivano dal passato e che continueranno a esistere nel futuro. È universale nel tempo, ma è universale anche in alcuni dei temi che tratta, l’amore, la morte. E questo lo rende valido per qualsiasi momento della storia dell’umanità, ma anche per qualsiasi luogo del mondo: Africa, America, Spagna, Italia, Milano o Cadice o Granada. Infine, la sua attualità sta anche nell’uso di un simbolismo molto personale, ma allo stesso tempo universale, che chiunque può capire.
Hai detto che Lorca è diventato anche un simbolo politico. Secondo te, questo ha aiutato a comprendere meglio la sua opera, o c’è il rischio che venga semplificata, ridotta solo a quel simbolo?
Nel corso del Novecento, in tutto il mondo, ma soprattutto nell’Europa occidentale, le ideologie hanno pesato così tanto che a volte hanno finito per oscurare il valore degli artisti. Nel caso di Lorca, in realtà, non ci fu mai una militanza politica o ideologica come quella di altri artisti.
Penso, in Italia, a Pasolini, oppure, tra Spagna e Francia, a Picasso, o in Spagna a Rafael Alberti, che furono molto vicini al comunismo. Con Lorca non fu così. Era un progressista, un uomo di sinistra, che firmò documenti antifascisti, e questo bastò a trasformarlo in un’icona della Repubblica.
Ma, come tutti gli artisti spagnoli, dopo la guerra civile fu molto strumentalizzato. E in effetti fu una figura scomoda per il regime dittatoriale di Franco, tanto che lo stesso Franco se ne interessò personalmente. I ministri, gli uomini della cultura franchista, capirono presto di aver commesso un errore enorme, anche a livello internazionale, uccidendo Lorca.
Si erano inimicati moltissime persone nel mondo. Fino al ’75, Lorca fu difficilmente accettato in Spagna. Veniva rappresentato clandestinamente, furono pubblicate alcune opere complete, ma al regime franchista non piaceva affatto.
A partire dal 1975 fu rivalutato, prima di tutto dagli ambienti più progressisti e di sinistra. Ma oggi, indipendentemente dall’ideologia l’opera di Lorca è ormai molto al di sopra del suo impegno politico o dello sfruttamento politico della sua figura. Oggi tutti apprezzano molto di più l’arte che non le implicazioni sociali, politiche o ideologiche legate alla sua opera.
Se dovessi scegliere un verso o una frase di Lorca, quale sarebbe?
Ci sono molte opere simboliche, molto conosciute, di Lorca, anche perché sono state moltissimo rappresentate, recitate, cantate. Fa parte della memoria collettiva spagnola. I bambini le leggono a scuola, gli adulti le ascoltano nel flamenco, nel jazz, in mille versioni musicali diverse. Quindi ci sono davvero tante opere conosciute.
Io voglio citare dei versi di una poesia che si intitola “Gacela della morte oscura”. È una delle poesie di ispirazione arabo-andalusa che Lorca pubblicò nel “Diván del Tamarit”, un libretto degli ultimi anni Trenta, molto vicino alla sua morte, pubblicato nel 1940, in cui scrive proprio di questi due grandi temi: l’amore e la morte. E in “Gacela della morte oscura”, a metà componimento, ci sono dei versi che sembrano quasi una premonizione della sua morte.
Una delle cose che gli interessa molto è il destino, il fato, e sembra proprio che qui lo stia anticipando.
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