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Londra, gli attivisti di Palestine Action in carcere in sciopero della fame stanno morendo

Londra, gli attivisti di Palestine Action in carcere in sciopero della fame stanno morendo

“Gli attivisti in sciopero della fame stanno morendo.” Queste sono state le parole di James Smith, medico e docente universitario, durante una conferenza stampa a Londra ieri. Gli attivisti in sciopero della fame in questione, tutti giovani di venti, trent’anni al massimo, sono membri del gruppo Palestine Action, attualmente detenuti in custodia cautelare in Regno Unito. Centinaia di medici hanno firmato una lettera per il Segretario alla Giustizia David Lammy denunciando come questi attivisti non stiano ricevendo le cure mediche adeguate e avvertendo che alcuni di loro rischiano di morire. La ventenne Qesser Zuhrah è stata portata in ospedale questa settimana, dopo 46 giorni di sciopero della fame. Per dare una vera idea di quanti siano 46 giorni, il Guardian fa notare che 46 sono anche i giorni dopo i quali Martin Hurson, un volontario dell’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) che faceva lo sciopero della fame, morì senza mangiare nel 1982. Sono tantissimi giorni. Per capire questa forma estrema di protesta, bisogna capire che cos’è Palestine Action. Il gruppo di attivisti pro-palestina si è differenziato dagli altri per la sua caparbia e per i suoi metodi descritti da alcuni, in primis dal governo britannico, come violenti. Palestine Action non cerca il dialogo, cerca una rottura che apra gli occhi, e i suoi attivisti hanno sabotato fabbriche collegate alla guerra a Gaza e danneggiato proprietà private nel Paese. Il risultato è che il gruppo è stato dichiarato un ente terroristico. Molte organizzazioni, come Amnesty International, hanno difeso Palestine Action e criticato le leggi sul terrorismo del Regno Unito, dicendo che rappresentano un attacco alla libertà di espressione e che sono leggi troppo generali, che definiscono terrorismo anche ciò che non lo è. Fatto sta che da allora diverse persone associate al gruppo sono state arrestate, incluse le almeno sei che sono ad oggi in sciopero della fame. La notizia è effettivamente esplosa nel Paese, sui giornali tanto quanto nella politica. Mercoledì in parlamento Jeremy Corbyn, il vecchio leader dei Laburisti ora parlamentare indipendente, ha chiesto a Keir Starmer se intendesse fare qualcosa, e far sì che rappresentanti del suo Ministero della Giustizia si incontrassero con i rappresentanti degli attivisti per parlare delle condizioni mediche. Starmer ha risposto freddamente che il Governo sta semplicemente seguendo le procedure. Zuhrah, la ragazza di vent’anni, si trova a Bronzefield, una prigione nel Surrey, fuori Londra, insieme a un’altra donna, Amy Gardiner-Gibson, anche lei in carcere per il suo attivismo con Palestine Action e anche lei in sciopero della fame. Gli alleati e la famiglia di Zuhrah dicono che non ha ricevuto le cure che necessita, e che tutte le volte che ha avuto bisogno di un’ambulanza è arrivata in ritardo. Un portavoce della prigione ha risposto che “tutti i detenuti hanno pieno accesso all’assistenza sanitaria, compresa la possibilità di recarsi presso strutture mediche esterne, se necessario.” Gli attivisti dicono che riprenderanno a mangiare se le loro richieste verranno esaudite. Queste includono il rilascio immediato su cauzione, la fine del ban, del divieto contro Palestine Action e il termine delle restrizioni alle comunicazioni del gruppo. Bisogna stare a vedere se il Governo, con le spalle al muro, le accetterà prima che accada una tragedia.

di Elena Siniscalco

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

    Pubblica - 15-01-2026

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