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Lo sgombero in Città Studi non risolve i problemi di chi vive ai margini a Milano

14 luglio 2026|Luca Parena
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Sgombero del Socs Milano

Il merito dell’operazione se l’è intestato il ministro dell’Interno in persona. L’intervento di polizia e Digos in uno spazio dell’Università degli Studi di Milano per Matteo Piantedosi ha dimostrato “ancora una volta l’impegno del governo contro il fenomeno delle occupazioni abusive”. Agenti di polizia sono stati all’interno dell’ateneo, anche in edifici lontani da quello sgomberato, per tutto il giorno.
Le persone che avevano trascorso la notte dentro Socs, come attivisti e attiviste universitarie avevano battezzato il Settore occupato Città Studi, erano sedici. Sono state denunciate e allontanate. Quattro hanno ricevuto un foglio di via. Tra queste sedici persone c’erano anche lavoratori sfruttati e licenziati dal cantiere edile del nuovo consolato statunitense di Milano, finito sotto indagine per caporalato.
Per mesi hanno vissuto abbandonati, sulle panchine, costretti a chiedere l’elemosina. I servizi sociali del Comune non hanno posti letto disponibili per loro, i passaggi burocratici per ospitarli richiedono attese lunghe. Ora, grazie alla Casa della Carità, hanno almeno trovato accoglienza per i prossimi giorni.
All’interno di Socs queste persone avevano un riparo dal caldo e dalla strada. L’occupazione era cominciata quasi due anni fa per denunciare il genocidio a Gaza, avere spazi di socialità e dissenso in Statale, denunciare la crisi dell’abitare e l’abbandono di chi vive ai margini a Milano. Sono tutti problemi che, dopo lo sgombero di oggi, restano intatti.

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