Essere gay a Gaza durante il genocidio. La storia di O.

La vita a Gaza è insostenibile. La fame, la sete, le malattie, il caldo, le tende e poi i bombardamenti, l’occupazione che avanza, la linea gialla, la paura. Nonostante il cessate il fuoco, i palestinesi che vivono nella Striscia lottano tutti i giorni per sopravvivere.Fondamentale, per non lasciarsi andare, è la comunità fortissima della popolazione gazawi. Per questo l’isolamento è un aggravante non da poco. È quello che succede a O. un ragazzo di 30 anni che vive nel centro della Striscia che ci ha chiesto di rimanere anonimo per ragioni di sicurezza. O., infatti, è gay. E per questo a Gaza è sotto attacco su più fronti: da Israele, in quanto palestinese, e da Hamas, in quanto uomo omosessuale. Martina Stefanoni lo ha intervistato. Questa è la sua storia.
“Prima del genocidio era un segreto. Lo è anche ora, ma prima anche se sapevo di essere come sono non lo avevo proprio mai detto a nessuno e non avevo mai conosciuto nessuno che era come me. Non ne avevo mai parlato, era ed è pericoloso per un sacco di motivi: per l’occupazione, per il mio governo, per la mia famiglia. Qui essere gay è considerato qualcosa di molto sbagliato.Poi, durante questi anni di genocidio ho approfondito la conoscenza di me stesso e ho conosciuto persone come me che vivono fuori da Gaza e che mi hanno detto che era normale essere come me, che non dovevo avere paura, che erano dalla mia parte. Ma io, comunque, non mi sento tranquillo, non posso dire a nessuno di me e di chi sono. Quindi, ora il mio obiettivo principale è riuscire a vivere senza tutto la pressione che c’è qui, sentirmi libero e al sicuro di dire alle persone chi sono, cosa penso… chi sono veramente. Io ora non parlo con nessuno, nemmeno con la mia famiglia. Sono sempre solo nella mia stanza. Questa è la mia vita adesso. È da un anno e mezzo che vivo così, e per tutto il tempo prima mi sono spostato continuamente da un posto all’altro per via del genocidio”.
Quindi, non parli con la tua famiglia perché hai paura o perché non ti accettano?
Loro non sanno niente di me, sono anziani… cosa dovrei dire loro? Non so come dirlo né cosa dire. Non abbiamo nulla in comune, non mi capirebbero.
A Gaza non esiste una comunità LGBTQI+, anche sotterranea? Non ha contatti con nessuno?
No, no assolutamente no. Dentro Gaza no. Ho paura! Una volta ho iniziato a parlare su un’app con una persona, mi piaceva parlare con lui, ma penso che lavorasse per il governo o qualcosa del genere perché ha iniziato a minacciarmi. Ha detto che avrebbe detto a tutti di me… e quindi ora non esco di casa. Ho paura di andare ovunque, ho paura di incontrarlo, che mi veda, che mi denunci… e lui è l’unica persona dentro Gaza che sa di me.
Quando hai capito di essere gay?
L’ho capito quando avevo forse ventitré anni, ma ho scoperto che nel mondo c’erano persone come me durante la guerra, quando avevo ventotto anni. Solo allora ho capito che c’erano altre persone come me al mondo. Pensavo di essere l’unico, di avere un problema.
Quindi, non sapevi che esisteva un’enorme comunità in tutto il mondo?
No, non lo sapevo, pensavo che ci fosse un errore in me. Ma durante la guerra ho scoperto che ci sono altre persone come me, molte persone, e che possono starmi accanto e parlare con me di questo e che è normale.
E come l’hai scoperto?
L’ho scoperto mentre scrollavo Instagram, mi è apparso un video dove si parlava di quest’app, Tinder. Allora ho cercato su google cosa fosse tinder e l’ho scaricata. E quando l’app mi ha chiesto se fossi interessato a uomini o donne, ho visto che potevo selezionare “uomini” e quando l’ho fatto mi sono apparsi molti ragazzi, hanno messo mi piace e hanno iniziato a scrivermi. Mi chiedevano di dov’ero, cosa facevo, volevano conoscermi. Erano tutte persone di fuori Gaza. All’inizio avevo molta paura, non dicevo nulla di me. Poi, nel secondo mese, ho preso più coraggio, ho inviato delle mie foto ad alcuni ragazzi. E quando dicevo loro che dovevo stare al sicuro, che avevo paura mi hanno capito. Uno di loro ha cercato di tranquillizzarmi, ha parlato con me e mi ha spiegato che non ero sbagliato, che eravamo in tanti.
Dev’essere doppiamente difficile per te vivere a Gaza… sei attaccato su più fronti. Dall’esercito israeliano, in quanto palestinese ma anche da dentro la Striscia, in quanto uomo omosessuale.
Sì, è molto difficile. C’è il genocidio, c’è il mio governo e ci sono i miei problemi personali. Quindi, devo affrontare la sofferenza per la fame, la sete, la paura e tutto il resto da solo. Prima della guerra ero un insegnante di scuola elementare, ma poi la scuola dove lavoravo è stata distrutta e io ho perso tutto. Mi sento molto depresso, non riesco a fare niente, non riesco a leggere, non riesco a studiare. Ma vorrei continuare i miei studi. Avevo appena iniziato un master quando è scoppiata la guerra. Ora voglio continuare e voglio andarmene da qui. Ho fatto domanda per un sacco di università all’estero, sono stato anche ammesso all’università di Padova, ma non ho ricevuto una borsa di studio, quindi, non riesco a uscire. Per uscire da Gaza hai tre modi: se sei malato gravemente, se hai una famiglia all’estero o se hai ricevuto una borsa di studio. Ma non riesco a ottenerla. Alcune dicono che sono troppo vecchio perché ho 30 anni e la maggior parte delle borse sono per ragazzi più giovani, altre prediligono le donne. Altre hanno preso solo palestinesi che non vivono a Gaza, ma magari in Cisgiordania, o in Siria o in Libano. Quindi, non ho niente in mano. Continuo a provarci ma non riesco. Io non voglio i soldi, voglio solo riuscire ad andarmene. Ho contattato anche associazioni della comunità LGBTQI+ all’estero, vogliono aiutarmi, ma mi dicono tutti che non possono perché sono a Gaza ed è difficile farmi uscire da qui.
Cosa pensi succederebbe se a Gaza scoprissero che sei gay?
Mi ucciderebbero, mi farebbero del male per la strada. Se qualcuno lo scopre, se la mia famiglia lo scopre io sono morto. Non mi fido di nessuno, ho paura che qualcuno possa fingersi parte della comunità e, invece, non esserlo.
Immagino sia molto difficile per te affrontare tutto da solo, anche psicologicamente…
Si, piango tutti i giorni, tutti i giorni. È veramente difficile, è una lotta quotidiana, il tempo non passa mai.Devo andarmene… ora mi hanno detto che c’è un modo per uscire, pagando un’agenzia egiziana, ma chiedono 30mila dollari, e continuano ad aumentare il prezzo a loro piacimento. E poi, non so nemmeno se anche pagando quei soldi riuscirò ad uscire. C’è sempre il check point israeliano e non so, potrebbe essere una truffa.
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