Legge elettorale: trenta franchi tiratori affossano l’emendamento sulle preferenze. La rabbia di Meloni

Alle 19.09 cala il silenzio dentro l’aula di Montecitorio. Quando il presidente di turno elenca il risultato, c’è ancora un secondo di incertezza, i due numeri sono quasi appaiati, 187 a favore, 188 contrari, poi esplode il boato e gli applausi al grido di “dimissioni”. I deputati dell’opposizione escono quasi subito nel Transatlantico, sorridendo e abbracciandosi, ci speravano, ma fino all’ultimo la tensione era alta. L’altro lato, quello della maggioranza, è ancora vuoto, i capigruppo sono dentro, si guardano sorpresi, quasi increduli di essere davanti al fatto compiuto. L’emendamento sulle preferenze, su cui Giorgia Meloni poco prima aveva chiesto ai suoi di metterci la faccia, è stato bocciato ed è la bocciatura anche della presidente del Consiglio, che dopo la fine del premierato, la sconfitta al referendum, perde anche questa volta, non ha più il controllo di una coalizione di cui pensava di essere padrona. La giornata in Parlamento è stata molto lunga, le riunioni, una dopo l’altra di Forza Italia e Lega, poi la decisione di votare le preferenze, arrivata, però, dopo la conferma che le opposizioni avrebbero chiesto il voto segreto. Una decisione sofferta quella di Tajani e Salvini perché la firma su quell’emendamento non c’è mai stata e non c’era la certezza che i leader dei due partiti controllassero i loro deputati. Ma Fratelli d’Italia insiste tanto che, invece di rimettere l’emendamento al voto dell’aula, il Governo dà parere favorevole, in qualche modo lo fa suo. A metà pomeriggio Giorgia Meloni con una nota sfida i suoi, entra a gamba tesa nel voto, ma il clima non è sereno. Intorno alle 18 si comincia a votare, quando tocca all’emendamento sul voto di genere, sempre segreto, qualche deputato o meglio qualche deputata della maggioranza, visto il tema, vota con l’opposizione: è già un segnale di protesta. Poco dopo le 19 il colpo della bocciatura e la ricerca dei franchi tiratori, una trentina: si punta il dito sui vannacciani, questi, sapendolo, si era auto-filmati mentre votavano, pubblicando la foto sui social. Da Fratelli d’Italia si accusa Forza Italia e Lega, questi negano, anzi qualcuno accusa proprio i meloniani di aver tradito. Esce un ministro che si lascia sfuggire, “che devo dire, lei si era proprio impuntata” riferendosi alla presidente del Consiglio. Ora la legge, forse, arriverà al capolinea: le opposizioni, che prima avevano esultato in piazza unite, chiedendo a Meloni di dimettersi, rientrando in aula hanno annunciato di voler ritirare tutti gli emendamenti perché la riforma non ha più ragione di andare avanti nel voto. Per ora però si va avanti, il voto definitivo sarà ancora una volta segreto, ma il destino della riforma appare segnato, e, forse, anche quello della maggioranza.
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