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La festa olimpica chiude anche il cerchio sul modello Milano nato da Expo. E ora?

I giochi che si sono aperti ieri sera con una cerimonia imponente chiudono anche il cerchio sul modello Milano nato da Expo 2015. È un cambio di fase per la città che dieci anni fa entrava nella categoria delle grandi capitali internazionali, e lo faceva con alcuni suoi tratti storici come l’accoglienza, la produttività, il lavoro, la creatività e una nuova vocazione turistica. Oggi Milano viaggia verso i 10 milioni di turisti l’anno, il doppio dei 5 milioni del pre-Expo. Il rovescio della medaglia è che il boom del turismo e la vendita di pezzi della città alla finanza immobiliare hanno prodotto in questi dieci anni un ricambio del 40% degli abitanti. Molti di quelli che se ne sono andati sono stati espulsi dai costi proibitivi della città. Oggi a chiudere il cerchio sul modello Milano è un altro grande evento, ma la città è arrivata stanca a questo appuntamento, colpita dal caro-casa, dalle inchieste sull’urbanistica, dove le diseguaglianze si sono amplificate. Oggi Milano deve immaginarsi nei prossimi 20 anni, e con le elezioni comunali alle porte dare contemporaneamente risposte ai problemi presenti. Queste giornate inaugurali dei giochi olimpici hanno oscillato tra la grande festa -grandissima ieri sera a San Siro- e il fastidio per alcune pecche organizzative. La gestione governativa dell’evento ci ha messo del suo per rendere antipatici alcuni aspetti organizzativi, tanto che persino il New York Times li ha definiti un “incubo logistico”. Lo stesso quotidiano dieci anni fa per Expo descriveva Milano come “the place to be”: il posto dove stare. Un posto bello come lo era ieri sera San Siro, uno stadio capace di ospitare tre ore di cerimonia in mondovisione, ma destinato ad essere abbattuto. Contraddizioni di un presente a cui manca ancora una visione sulla prossima Milano. Un buon inizio sarebbe tornare ad essere come dieci anni fa “il posto dove stare”, ma per tutti.

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