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Le bombe cadono alle porte dell’Europa, ma non tutti i rifugiati sono uguali

rifugiati ucraina - accoglienza minori -ANSA

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, più di 500mila persone hanno cercato di lasciare l’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. Tra di loro ci sono anche moltissimi stranieri provenienti da diversi paesi africani, dall’India, dalla Siria o dall’Iraq. Fino a pochi giorni fa, infatti, l’Ucraina era la destinazione ideale per chi voleva studiare medicina o ingegneria ma non aveva la possibilità di ottenere un visto per farlo in un paese europeo. Il Marocco, la Nigeria e l’Egitto calcolano di avere, da soli, almeno 16mila studenti nel paese.

Come gli ucraini, queste decine di migliaia di persone, spesso giovanissime, si sono ritrovate da un giorno all’altro in una zona di guerra. E nella maggior parte dei casi sono state praticamente abbandonate a sé stesse. I loro paesi d’origine non hanno delegazioni diplomatiche organizzate come quelle europee o americane. In moltissimi casi non hanno nemmeno un’ambasciata in Ucraina e stanno cercando di organizzare l’evacuazione dei loro cittadini dalla Romania, dall’Ungheria, dalla Polonia o dalla Slovacchia.


Il problema è che le direttive che arrivano a tutti questi cittadini extraeuropei sono frammentarie e difficili da confermare tra un allarme antiaereo e l’altro. È quindi nella confusione più totale che anche tutte queste persone si sono messe in viaggio verso le frontiere con l’Europa, cercando di organizzarsi e di sostenersi tra loro grazie a gruppi whatsapp o a raccolte fondi organizzate sui social. 
E tra i problemi che devono affrontare non ci sono solo quelli dei mezzi di trasporto, che mancano o sono diventati carissimi. Da alcuni giorni, infatti, sui social si è diffuso l’hashtag #AfricainsInUkraine che viene usato da un lato per dare notizie e chiedere consigli e dall’altro per segnalare problemi e casi di discriminazione.

Si racconta ad esempio di come gli stessi Ucraini, che stanno cercando di evacuare soprattutto donne e bambini, rifiutino di dare un passaggio ai neri o a persone dai tratti indiani o medio-orientali e impediscano l’accesso ai treni e agli autobus. Dalla frontiera con la Polonia, poi, arrivano testimonianze di doganieri che non lasciano passare africani o pakistani se non in piccolissimi gruppi, spiegando che gli ucraini hanno la priorità.

Alcuni denunciano di aver subito insulti e percosse. E per molti studenti che sono scappati senza il loro permesso di soggiorno, passare il confine è ancora più complicato. Chi riesce a entrare assicura di aver ricevuto un’accoglienza molto fredda, in alcuni casi gli sarebbe persino stato negato un letto negli hotel per i rifugiati e ricordato che hanno 15 giorni per lasciare il paese.

Le numerose testimonianze di razzismo hanno spinto la Nigeria a protestare ufficialmente con la Polonia, che nega ogni discriminazione, e a consigliare ai propri cittadini di dirigersi in Romania o Ungheria. Per i siriani e gli iracheni, invece, pare che i problemi maggiori siano proprio al confine con questi due paesi. Insomma, anche mentre le bombe cadono alle porte dell’Europa, non tutti i rifugiati sono uguali.

  • Autore articolo
    Luisa Nannipieri
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    Pubblica - 14-01-2026

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    Europa: basta partnership con Israele

    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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