Lavoro, la crescita non c’è. E gli inattivi aumentano 5 volte più degli occupati

I dati Istat sul lavoro di gennaio sono in chiaroscuro. Dopo 3 mesi di calo gli occupati sono tornati a crescere, i disoccupati continuano a diminuire col tasso che tocca il minimo storico, ma il problema è la crescita degli inattivi, cioè chi non lavora e nemmeno lo cerca, che anche a gennaio continuano ad aumentare. Se guardiamo all’ultimo anno ci sono 70mila occupati e 322mila inattivi in più, il quintuplo. Sull’anno c’è anche un altro dato poco rassicurante: i contratti a termine sono 195mila in meno, ma gli autonomi, 196mila in più. L’Italia ha un problema di eccesso di lavoro autonomo, ben sopra la media europea, un’anomalia che nasconde false partite iva, e rapporti di subordinazione mascherati da collaborazioni. Si capirà se gennaio sarà un’eccezione o una ripresa, perché c’è un altro dato a cui guardare. L’Italia ha raggiunto il picco di occupati a giugno 2025: erano 24.174.000. Il balzo di gennaio, li ha portati a 24.181.000, solo 7mila in più. Segno che la spinta propulsiva della ripresa post-covid è cessata, e la stagnazione dell’economia e del pil si sta proiettando anche sul lavoro. Del resto, la crescita di occupati è concentrata in una fascia anagrafica ben precisa: gli ultra 50enni. Cioè, si resta di più al lavoro, e questo contribuisce a creare l’effetto ottico sul numero degli occupati. Quasi tutti i nuovi occupati dell’ultimo anno sono in questa fascia anagrafica mentre resta debole il lavoro femminile e dei giovani, e la crisi demografica erode la popolazione in età lavorativa. Il dato demografico è fondamentale per avere un’idea complessiva di come va il lavoro, per spiegarlo serve qualche numero. Prendiamo sempre come riferimento il picco di giugno, in confronto con l’ultimo dato di gennaio. A giugno, come dicevamo, avevamo 24.174.000 occupati, e 12.328.000 “disoccupati reali”, un numero che arriva dalla somma di disoccupati ed inattivi. A gennaio 2026 a fronte di 7 mila occupati in più, abbiamo 19mila “disoccupati reali” in meno. Visto così, il dato sembra positivo. Ma se lo guardiamo sul totale della popolazione in età lavorativa, in sei mesi l’incidenza dei “disoccupati reali” è salita dal 35,07% al 35,29%. E questo, appunto, per la crisi demografica. Nel complesso si alza l’età lavorativa della popolazione, si resta al lavoro più a lungo, pochi giovani entrano effettivamente nel mercato del lavoro, che quindi, come si vede dai numeri, ristagna. Non a caso gli inattivi nella fascia 15-34 anni sono la metà del totale. A questo si aggiunge la debolezza dell’ex settore traino, l’industria metalmeccanica. Il rapporto Fiom indica che dal 2008 sono stati persi oltre 100mila posti di lavoro, con ammortizzatori sociali che coinvolgono l’equivalente di 148mila posti. Con un dato che, in parte, spiega la crisi: il profitto delle imprese per ora lavorata è aumentato in 10 anni di quasi il 75%, mentre il costo del lavoro del 12%.
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