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“Lavorando a Gaza con il dottor Abu Safiya ho imparato la compassione e l’umanità”

17 luglio 2026|Virginia Platini
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Hamza Abdallah Nabhan

“Perché i dottori vengono presi di mira? Perché gli ospedali sono assediati?” Hamza Abdallah Nabhan è uno studente di medicina palestinese, oggi studia in Italia per diventare neurochirurgo. Alla fine del 2024, a Gaza, ha risposto alla chiamata del dottor Hussam Abu Safiya e ha lavorato con lui come volontario nell’ultimo ospedale rimasto operativo nel nord della Striscia, il Kamal Adwan. Oggi il dottor Abu Safiya è in un carcere israeliano, senza accuse formali, da più di un anno e mezzo. L’intervista di Virginia Platini.

Alla fine del 2024 il dottor Hussam Abu Safiya lavorava all’ospedale Kamal Adwan e ha iniziato a chiedere ai dottori e a tutti i lavoratori della sanità rimasti nel nord della striscia di Gaza di fare da volontari negli ospedali, specialmente al Kamal Adwan perché era rimasto l’ultimo ospedale del nord ad essere operativo. Ha chiamato tutto il personale rimasto nella zona, per rispondere alla grave carenza di operatori. Io al tempo ero uno studente di medicina, ho deciso di andare volontario. Ho iniziato a lavorare nel pronto soccorso, era la prima volta che entravo in un ospedale come parte del team medico. I dottori non mi hanno insegnato solo la medicina, mi hanno insegnato la responsabilità, la compassione, l’umanità. Mi hanno insegnato tutto: le cure di emergenza, come gestire le ferite, mentre continuavo i miei studi tutti mi insegnavano come occuparmi dei pazienti.
Ho avuto l’onore di lavorare insieme al dottor Hussam Abu Safiya. Non era solo il direttore dell’ospedale, era un dottore che viveva all’interno dell’ospedale con la sua famiglia, perché aveva scelto di rimanere a fianco dei suoi pazienti e del suo staff. Ogni giorno ci supportava, ci incoraggiava, faceva tutto quello che poteva per aiutare il team medico. Cercava di ottenere alimenti e supporto economico per i lavoratori dell’ospedale, perché potessero supportare le proprie famiglie. Si dedicava completamente al servizio delle persone, perché credeva che la medicina fosse una missione umanitaria prima che una professione.

Dopo qualche mese tu ti sei spostato di reparto, vero?

Dopo 4 mesi nel reparto d’urgenza mi sono spostato in quello di neurochirurgia, è stato il primo vero passo verso il mio sogno di diventare un neurochirurgo, un sogno che ho da quando avevo 10 anni. In quel periodo ho incontrato tanti dottori, ero il membro più giovane della squadra ma mi hanno accolto come un fratello minore. Eravamo più che colleghi, siamo diventati una famiglia. C’erano così pochi operatori sanitari che condividevamo tutto: la stanchezza, la paura, la responsabilità. Uno di questi dottori era Mahmood Abu Amsha, uno dei più esperti chirurghi dell’ospedale Kamal Adwan. Lavorava senza tregua, giorno e notte, dedicando la propria vita a salvare gli altri. E’ stato ucciso mentre tornava a casa dall’ospedale. Non aveva armi, aveva solo i valori di medicina e umanità. Ho lavorato anche con il dottor Sultan Haadar. Un giorno abbiamo saputo che la casa dove viveva era stata bombardata. E’ stato ucciso con tutta la sua famiglia. Così abbiamo perso anche Sultan. Non erano gli unici: dottori e lavoratori della sanità sono stati presi di mira ripetutamente. Il dottor Marwan Sultan, direttore dell’ospedale indonesiano, aveva dedicato la sua vita a curare i pazienti del nord della Striscia di Gaza, e si era rifiutato di abbandonare l’ospedale, nonostante il pericolo. E’ stato ucciso nella sua casa, insieme alla sua famiglia, a sua moglie, alle sue figlie. Ricordo anche il dottor Adnan Al Borsch, primario di ortopedia all’ospedale Al Shifa. E’ stato arrestato durante l’assedio dell’ospedale ed è poi morto dopo mesi di detenzione. Aveva dedicato la sua carriera a curare i feriti e salvare vite.
Sono solo alcuni esempi: le ambulanze erano prese di mira, gli ospedali erano circondati, i team medici lavoravano sotto costante pericolo. Molti dottori sono stati arrestati, come il dottor Hassan Almukayed, del Kamal Adwan.

Ora sei in Italia per continuare gli studi, che impatto hanno avuto su di te quei mesi?

Quei mesi sono stati molto più di un periodo di volontariato, o di formazione. Mi hanno cambiato, hanno cambiato la mia personalità per sempre. Hanno dato forma al mio carattere, rafforzato il mio senso di responsabilità, cambiato completamente il modo in cui vedo la vita. E hanno rafforzato la mia convinzione che il ruolo di un dottore non sia solo curare le malattie, ma dare speranza alle persone nei momenti più bui. Soprattutto, hanno rafforzato la mia determinazione di raggiungere il mio sogno di diventare un neurochirurgo e dedicare la mia vita a servire gli altri.

La domanda che porto con me è perché i dottori sono presi di mira? Perché gli ospedali sono assediati? Perché le persone la cui missione è salvare vite vengono arrestate?

Non voglio raccontare solo la mia storia, voglio portare anche la voce dei colleghi che non possono più raccontare la propria. Porto con me la memoria di medici, infermieri, paramedici che hanno dedicato le loro vite alla cura degli altri. Molti dei quali hanno pagato quell’impegno con le loro vite.
Il mio messaggio non è di odio, è di umanità: la medicina si occupa di proteggere le vite, gli ospedali dovrebbero sempre essere posti sicuri, i dottori dovrebbero essere protetti, non diventare obiettivi per via dell’odio. Spero che le voci degli operatori sanitari che abbiamo perso non siano dimenticate, e che le loro storie continuino a ricordarci il loro sacrificio. Non erano solo nomi sui giornali, erano madri, padri, figli, figlie, colleghi, amici che hanno scelto di continuare a salvare vite fino ai loro ultimi momenti.

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