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L’audio di Giulia Cecchettin alle amiche racconta la quotidianità dei femminicidi

Ieri la Rai ha diffuso un audio di Giulia Cecchettin. E’ un messaggio vocale inviato alle amiche. E’ la prima volta che sentiamo la voce di una donna uccisa. Le morte non possono parlare. Da sempre siamo abituati a sentire solo la versione dell’assassino: il gigante buono, il bravo ragazzo, quello che amava troppo. Siamo avvezzi a una sola versione dei fatti, ad un solo punto di vista: il suo. Quello che ascoltiamo da Giulia Cecchettin, con la sua voce, è ciò che chi lavora sulla violenza di genere sa: i femminicidi sono solo l’ultimo anello di una catena che si stringe intorno alla vittima. Fatta di ricatti, violenze psicologiche, manipolazioni, minacce, persecuzioni. I femminicidi vengono da lontano, non sono raptus. Non sono frutto di rabbia del momento, non arrivano al culmine di un litigio, come narrano certe cronache romanzate. E’ Giulia a raccontare con la sua voce quello che accadeva prima che Filippo Turetta prendesse un coltello, dei sacchi neri, una sim prepagata e la accoltellasse a morte.

L’audio integrale pubblicato da Chi l’ha visto

Questa voce arriva poco dopo che Filippo Turetta aveva fatto sentire la sua, dicendo dei suoi intenti suicidi dopo l’arresto, gli stessi che usava per cercare di manipolare la ex compagna. Giulia che si sente in colpa, che teme per lui, invece che per se stessa. Una narrazione del tutto diversa da quella accreditata dalla famiglia di Turetta e dal suo primo legale:il ragazzo tenero di cui si impadronisce un demone e che impazzisce in modo inspiegabile. L’abbraccio all’orsacchiotto,i biscotti per Giulia, la mamma che stira la tuta e porta in tavola la cotoletta: immagini casalinghe da famiglia tradizionale e si, patriarcale. Del resto il destino di Turetta si gioca tutto sul riconoscimento o meno della premeditazione. Giulia Cecchettin, raccontando il suo disagio alle amiche intime, mai avrebbe potuto pensare che quella conversazione privata sarebbe diventata di dominio pubblico. Oggi quelle parole sconvolgono e disturbano perché sono una luce sulla normalità, la quotidianità dei femminicidi; sui gesti, non sempre riconoscibili nelle relazioni, che portano quella catena a stringersi sempre di più.

di Massimo Alberti e Chiara Ronzani

Foto | Vigonovo, il murales dedicato a Giulia Cecchettin

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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