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La sentenza della corte dell’Aja sull’occupazione israeliana in Cisgiordania

corte internazionale di giustizia - aja - palestina

C’è una parte del mondo, che lo dice da tempo: ciò che Israele fa in Cisgiordania e a Gerusalemme est non è legittimo, è segregazione razziale, è apartheid. L’occupazione dei Territori palestinesi è illegale. Non è un concetto difficile da comprendere, non è scivoloso, non è divisivo, e non è interpretabile. E’ visibile ogni giorno in Cisgiordania ai checkpoint che spuntano come funghi, lo raccontano i palestinesi costretti a guidare ore per andare al lavoro, quando basterebbero pochi minuti. Lo dicono gli sguardi dei bambini che un giorno si e uno no non riescono ad andare a scuola, o quelli degli adolescenti, che temono ogni volta che escono di casa di essere arrestati, o peggio, uccisi, solo perché sono al posto sbagliato al momento sbagliato. Eppure, in 57 anni, c’è sempre stata un’altra parte del mondo, che nega, non vuole vedere, e non vuole sentire. Il pronunciamento di ieri della Corte di giustizia internazionale – la più importante corte al mondo! – è qualcosa di storico. Nero su bianco, i giudici dell’Aja hanno delineato lo schema con cui Israele, dal 1967, nega il diritto dei palestinesi ad autodeterminarsi. Lo sapevamo, si potrebbe dire. Ora, però, lo sa tutto il mondo. Anche quella parte di mondo che finge di non vedere. La corte dell’Aja parla di annessione di fatto, e dice che deve finire subito. I coloni se ne devono andare, e i palestinesi devono riavere indietro la propria terra. E’ semplice, ed enorme allo stesso tempo. Fa rumore nel mondo arabo, nel sud globale, sui social, tra i giovani, tra i popoli che hanno conosciuto nella loro storia l’oppressione. Resta però colpevolmente silenzioso sui grandi giornali dell’occidente, nei programmi tv, sulle bocche dei politici. Ciò che ha detto la corte, però, non è solo simbolico. E’ politico. Ed è giuridico. E non è più ignorabile. Da ora in avanti, il mondo sa che chi aiuta Israele a portare avanti l’occupazione, è complice.

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    Martina Stefanoni
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