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La seconda era Trump. Il discorso del presidente Usa a Capitol Hill

Donald Trump alla cerimonia d'insediamento

L’impressione è stata quella di un discorso che ha cercato di tenere insieme due cose in qualche modo contrastanti: la fedeltà ai propri principi conservatori, quello che Trump ha promesso alla sua base, cercando al tempo stesso di ingentilire questa sua visione, renderla accettabile a chi non ha votato per lui.
C’è stata una forte riaffermazione di nazionalismo economico e politico. Le tasse sulle nazioni estere per arricchire gli americani. Il golfo del Messico che diventa golfo d’America. La ripresa del canale di Panama. C’è una trasformazione dell’America First, che non è più tanto un rinchiudersi dell’America nei propri confini e interessi, ma un allargamento dell’America sul mondo. Al tempo stesso, Trump ha evitato gli accenti più forti e drammatici sul declino americano, “l’american carnage”, come l’aveva chiamato nel 2017. Ha cercato di offrire un’immagine più tranquilla e pacificata. Ha usato spesso parole come “speranza”, “futuro”, “possibilità”. Un modo per edulcorare il “Make America great again”, che si è concluso quando Trump ha detto di voler essere ricordato come pacificatore e unificatore.

Immigrazione, economia, questioni dei diritti sono state il centro del discorso di Trump e lo saranno dei suoi primi ordini esecutivi, che lui ha definito questioni di buon senso. Trump ha detto di aver nominato una sua commissione sull’inflazione e ha detto che immediatamente chiuderà i confini americani, deporterà i criminali, farà designare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche internazionali. C’è stato tutto il capitolo sul ritorno dell’America a nazione industriale, con misure specifiche a favore dell’industria automobilistica e il ricorso massiccio al “Drill baby drill”, trivellazioni indiscriminate del territorio delle coste americane.
Una parte importante del discorso di inaugurazione è stato dedicato alle questioni dei diritti. Trump ha detto di voler firmare un ordine esecutivo sul “free speech”, di voler cancellare le politiche di inclusione delle diversità. Per legge, ci saranno solo due generi negli Stati Uniti. Maschile e femminile.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
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    “La diversità è la spina dorsale degli USA”: gli statunitensi The Sophs raccontano il loro debutto

    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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