La sconfitta dell’improvvisazione

Se la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump, all’indomani del suo ritorno alla Casa Bianca, aveva come obiettivo punire la Cina, cioè portare a un riequilibrio della bilancia commerciale tra i due Paesi, è stata un completo fallimento. Principalmente perché al calo del 20% dell’export cinese negli Stati Uniti in alcuni settori ha fatto da contraltare un calo simile sull’import di prodotti made in USA in Cina: fatti i conti, il disavanzo tra Washington e Pechino è passato da 23,74 miliardi a 23,25, praticamente invariato. Ma anche perché, mentre gli Stati Uniti non hanno trovato nuovi mercati di sbocco per le loro merci, e anzi hanno avuto cali importanti in diverse aree del mondo come l’Europa e il Canada, la nuova situazione ha spronato la Cina a diversificare ulteriormente la sua geografia commerciale. In media, l’export cinese è aumentato del 6% nel 2025 determinando una bilancia commerciale positiva da record: ben 1200 miliardi di dollari USA.
Nel mondo hanno aumentato le importazioni da Pechino non solo il Sudest asiatico, ma anche l’Unione Europea, il Canada e l’America Latina. A trainare questo aumento della presenza dei beni industriali cinesi nel mondo è il settore automotive, dove il segmento delle auto elettriche parla sempre più cinese. La multinazionale Byd, con base a Shenzhen, è ormai il primo produttore di auto elettriche a livello globale, con ben 2,25 milioni di auto vendute; la Tesla di Elon Musk, invece, continua a perdere quote di mercato: sono 1,64 milioni le auto consegnate lo scorso anno.
È una tendenza destinata a confermarsi perché, sia per tecnologia sia per prezzo, le auto cinesi sono le migliori sul mercato, forti degli investimenti miliardari in ricerca e del monopolio che il loro Paese esercita su tutta la filiera dei minerali utilizzati per le batterie e sui microchip, e ora anche di un impressionante sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Il Canada, in rotta di collisione con gli Stati Uniti per via delle pretese geopolitiche del vicino a stelle e strisce, ha appena firmato un accordo con Pechino che abbassa i dazi reciproci. È un’operazione da leggere ovviamente in chiave anti-Trump, il quale infatti l’ha definita una “decisione problematica”.
La violenza delle parole, scagliate a turno contro tutti gli alleati storici degli Stati Uniti, non si traduce in un vantaggio economico e non incide positivamente sugli scambi reali di beni e servizi: ed è proprio qui che la Cina si staglia come unica vera protagonista in un panorama mondiale sempre più complesso.La linearità con la quale si possono chiudere trattati con la Cina è merce rara, in un’epoca segnata dai repentini cambi di umore degli Stati Uniti e dalle incertezze dell’Unione Europea, che dopo 25 anni ha ancora una volta stoppato il trattato con il Mercosur. Ma da sola non sarebbe sufficiente a spiegare la forza della posizione cinese: dietro ci sono una grande potenza produttiva, il controllo delle filiere delle materie prime e l’investimento sistematico nell’innovazione tecnologica.
Quando si farà la storia di questi anni, e ci si ricorderà dei tentativi statunitensi di forzare le regole dell’economia mondiale globalizzata a forza di minacce verbali e di dazi, non solo se ne constaterà il fallimento, ma si scoprirà che questi tentativi hanno rafforzato nei Paesi terzi una percezione positiva del rivale che più si voleva combattere (e reso più conveniente farci affari). È la prima volta che una potenza autoritaria, che esercita un controllo di massa sui propri cittadini e sulle loro idee, viene considerata credibile, autorevole e soprattutto un fidato partner commerciale su scala globale. Merito dell’establishment cinese, certo, ma anche degli errori madornali che stanno trascinando la potenza americana ai margini della comunità internazionale e, soprattutto, a farsi del male da sola.
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