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La prima volta di Bergoglio in un Paese in guerra

La visita del Papa in Africa catalizzerà l’attenzione mediatica di questa settimana oscurando anche le vicende del terrorismo e gli allarmi attentati. Fa soprattutto notizia in Italia, per tutte le speculazioni che sono state fatte sulla sua sicurezza.

In realtà Bergoglio rischia veramente poco e, a differenza di ciò che si dice, la visita in Centrafrica è praticamente la più sicura tra le tre località che il Papa toccherà. Non sono previsti bagni di folla e fare la sicurezza in questo paese, se si ha un dispositivo adatto, è abbastanza facile.

La guerra in Centrafrica è una guerra povera nella quale il massimo della tecnologia sono i kalashnikov, qualche lancia razzo e al massimo le cosiddette tecniche, jeep con montata sul cassone una mitragliatrice.

Basta bonificare e controllare il luogo nel quale il Papa si fermerà e schierare una adeguata forza dissuasiva e il gioco è fatto.

Paradossalmente più problematiche sono l’Uganda e soprattutto il Kenya. In quest’ultimo paese operano le milizie al Shabaab che sono distribuite, o meglio sono in grado di fare azioni, su un vasto territorio e possiedono buone capacità logistiche e di combattimento oltre che armamenti più sofisticati e offensivi. Nulla a che vedere con la Repubblica del Centrafrica, dunque, dove tutto è localizzato e prevedibile.

In ogni caso una dose di rischio c’è, ma sono più a rischio, a mio parere, obiettivi religiosi imprevedibili da colpire mentre il Papa è in Africa: semplici chiese in Europa, luoghi di pellegrinaggio, luoghi di arte cristiana.

Se ci si pensa la risposta del jihadismo alla dichiarazione di guerra della Francia dopo gli attacchi di Parigi è stata proprio di questo tipo con l’imprevedibile attacco in Mali.

Le menti del jihadismo (se mai ci sia una strategia globale) ragionano così o, almeno, vi sono indotte dai dispositivi di sicurezza che, di volta in volta, sono messi in campo.

  • Autore articolo
    Raffaele Masto
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    “La diversità è la spina dorsale degli USA”: gli statunitensi The Sophs raccontano il loro debutto

    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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