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La guerra di Israele ai testimoni. L’omicidio mirato della giornalista libanese Amal Khalil

23 aprile 2026|Riccardo Stoppa
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Amal Khalil

Quando il corpo senza vita di Amal Khalil è tornato ad Al-Bissariya, nel sud del Libano, i suoi concittadini lanciavano rose all’ambulanza. “Aveva sempre un sorriso per tutti”, ricordano i suoi colleghi. È stata uccisa da un raid israeliano il 22 aprile, durante il cessate il fuoco, mentre era in servizio. Khalil e la fotografa Zeinab Faraj erano di ritorno da Bint Jbeil, quando alle tre meno un quarto del pomeriggio la macchina davanti a loro è stata colpita da un drone israeliano. Le giornaliste sono scappate sotto il fuoco nemico e si sono nascoste in una casa per proteggersi dal raid. Da lì, Khalil ha chiesto aiuto, rimanendo in contatto con i colleghi e con l’esercito, raccontando tutto. Dalle 4, di lei non si sono avute più notizie. Il corpo è stato recuperato sette ore dopo, sotto le macerie.

Funzionari libanesi contattati da Al-Jazeera hanno riferito che si è trattato di un attacco “double tap”, ovvero un doppio bombardamento nel giro di pochi minuti. Questo genere di attacchi è considerato un crimine di guerra, perché prende di mira soprattutto civili e soccorritori. E per questo motivo, ha spiegato il ministro della salute pubblica libanese Rakan Nasserendine, il recupero è stato difficoltoso. Dopo aver avuto l’autorizzazione israeliana a procedere, le ambulanze sarebbero state poi prese di mira da proiettili e granate dell’Idf. I soccorsi hanno raggiunto quel che rimaneva della casa a notte inoltrata. Faraj è stata salvata nonostante le gravi ferite riportate alla testa, ma per Khalil non c’era già più niente da fare.

Nata e cresciuta nel sud del Libano, Khalil lavorava per il quotidiano di Beirut Al-Akhbar dal 2006. Come ha raccontato in un’intervista a The Public source rilasciata a gennaio, la guerra di quell’anno le ha fatto capire che tipo di giornalista voleva diventare. Ha fatto il suo debutto il giorno della tregua, mentre riaccompagnava i profughi ai loro villaggi. Nell’intervista ha detto: “La causa del giornale è sempre stata anche la mia causa, ovvero il comunismo e la resistenza. Quest’ultima in particolare vuol dire tutto per me. Per questo col mio lavoro ho sempre cercato dalla parte delle persone e degli abitanti di questi luoghi”.

Inviata speciale dal 2011, ha sempre sostenuto che fossero i fatti a parlare per lei. Per il suo lavoro, molti la consideravano una paladina. Diceva: “Smentisco soltanto la narrativa secondo cui il nemico colpisce solo obiettivi militari, mostrando il loro attacchi continui sui civili, anche bambini”. Nel 2024 ha ricevuto le prime minacce di morte. Come ha raccontato, “la prima volta mossad mi ha contattato sul telefono. Mi ha detto che mi avrebbero staccato la testa dal collo se non me ne fossi andata dal paese”. Nello stesso anno, lei e la sua squadra sono stati presa di mira da un drone. Secondo il comitato internazionale per la protezione dei giornalisti, sono già 9 i giornalisti uccisi in Libano nel 2026. Dal 2023, includendo Gaza e gli altri territori occupati, se ne contano 260. L’Idf ha ammesso di averne uccisi tre soltanto a marzo, sempre con un attacco double tap.

Per il corteo funebre di Khalil sono accorsi da diverse città del sud del Libano. In oltre 17 anni sul campo, ha coltivato contatti e amicizie. “Non c’era paesino dove non avesse una fonte o un appoggio”, raccontano i suoi colleghi. Chi poteva è venuto a renderle omaggio, unendosi alla folla commossa e arrabbiata.

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