Iraq. L’Iran è ovunque

A pochi minuti di macchina dall’aeroporto di Baghdad, lungo l’autostrada che porta nel centro della capitale irachena, c’è un grosso monumento.
È piena notte. Il sito è illuminato a giorno con una luce rossa molto intensa. Impossibile non notarlo. Qui nel gennaio del 2020 venne ucciso con un drone americano Qasem Soleimani, il comandante iraniano che aveva messo in piedi la fitta rete di alleanze militari di Tehran in tutto il Medio Oriente: Iraq, Siria, Libano, Yemen. L’asse della resistenza. Stava finendo la prima presidenza Trump, un antipasto della guerra di oggi.
La luce rossa è un primo messaggio per il visitatore esterno: il legame tra Iraq e Iran è speciale, anche qualcosa di più, anzi molto di più.
Nel giro di poco i messaggi si moltiplicano, senza andarli a cercare.
Baghdad è piena di foto, manifesti, striscioni, murales con i leader iraniani, di ieri e di oggi. Khomeini, Khamenei padre, Khamenei figlio, Soleimani. Spesso con loro anche lo storico leader degli Hezbollah libanesi, Nasrallah, ucciso dagli israeliani nel 2024, ma oppure il carismatico religioso sciita iracheno Moqtada al-Sadr.
Lo stesso in tante altre zone del paese, non solo nel sud a maggioranza sciita. Strade, piazze, palazzi, ponti, luoghi pubblici.
Gli elementi del complesso quadro geopolitico di questa regione, nel pieno di una rapida e convulsa trasformazione, ci sono tutti. Ogni tanto, in contrapposizione, ci sono anche i cattivi, i nemici: Trump e Netanyahu.
In alcuni negozi con le spille o le calamite di Baghdad o delle squadre di calcio, vince il Barcellona, ci sono anche quelle di Khamenei.
Immagini, in quella che sembra quasi una campagna pubblicitaria o una trovata per i turisti che con lo scoppio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele sono comprensibilmente spariti. In realtà dietro, lo capiremo presto, c’è molto altro.
La guerra in Medio Oriente ha però anche un impatto molto tangibile sulla quotidianità degli iracheni.
Fuori dalle stazioni di servizio ci sono code chilometriche. Il blocco di Hormuz ha ridotto in maniera importante le importazioni di prodotti derivati dal petrolio. Nonostante la notevole produzione domestica di greggio – che fa il 90% del budget iracheno – il paese non produce tutti i carburanti necessari a soddisfare la domanda interna.
Il mercati nero si arricchisce. Ai bordi delle strade si stanno moltiplicando le montagne di taniche di benzina con prezzi gonfiati fino al 50%.
Anche la rete elettrica è in sofferenza, e l’Iraq importa una buona parte della sua corrente dal vicino Iran. I black-out sono una costante, che parta subito il generatore o che rimanga tutto fermo per ore.
Gli iracheni, abituati a ben altri problemi, non fanno una piega. La sera o la notte, quando noi iniziamo a pensare a come muoverci nel buio, hanno già acceso la luce del cellulare da 30 secondi.
Per il visitatore esterno in questo paese non c’è quasi nulla di normale.
Per gli iracheni tutto è diventato normalità.
Iraq. Il disarmo delle milizie filo-iraniane è quasi impossibile

Baghdad. Foto di Ema Valenti
“Lo abbiamo detto molto chiaramente, le armi servono a preservare la nostra sovranità. Quando verrà garantita in altro modo le potremo consegnare”.
Il nostro interlocutore, con il suo turbante bianco, è categorico. Ci guarda con il sorriso, ma non lascia spazio ai dubbi.
È il portavoce di una delle principali milizie sciite irachene legate all’Iran. E ci ha risposto così quando gli abbiamo chiesto se rispetteranno l’ordine del governo di disarmare nelle prossime settimane. Inizialmente il termine era stato messo a fine settembre.
Il neo-primo ministro al-Zaidi è stretto come tutto il suo paese tra Stati Uniti e Iran. Sta camminando su un filo cercando di non cadere. Nell’ultimo periodo è andato prima da Trump alla Casa Bianca e poi ha partecipato ai funerali dell’ex-guida suprema iraniana, Khamenei, nel loro passaggio iracheno a Najaf e Kerbala.
L’ordine alle milizie sciite di consegnare le armi entro fine mese è stato chiesto dagli americani, che stanno cercando di ridurre l’influenza di Tehran nella regione e uscire dal pantano nel quale si sono infilati lo scorso febbraio.
In questi mesi le milizie irachene hanno colpito interessi americani dentro e fuori l’Iraq. E sono state più volte bombardate dagli Stati Uniti.
Facciamo notare al nostro interlocutore come la piena sovranità di cui ci ha parlato dovrebbe voler dire proprio nessuna interferenza, nemmeno da parte iraniana.
Annuisce: “certo, condivido, ma fate attenzione, l’Iran è cosa diversa. Usa canali diplomatici e risponde ai nostri bisogni. Ci sono legami storici, geografici, religiosi. Gli iraniani hanno anche dato il sangue per noi”. Il riferimento è alla guerra contro l’ISIS.
Il portavoce di una delle principali milizie sciite irachene è molto esplicito quando parla di Stati Uniti: “pressioni sul governo, occupazione e controllo del nostro petrolio”.
Non si tratta di slogan. Il 90% del budget iracheno è fatto dalle esportazioni di greggio. E il meccanismo finanziario dal quale passano gli introiti della vendita di petrolio è agganciato al sistema bancario americano, attraverso un conto presso la Federal Reserve di New York. Non una cosa da poco. Anche perché sul campo la vita quotidiana di milioni di iracheni è fatta di legami di ogni tipo con il paese vicino. Dall’importazione di energia elettrica, ai pellegrinaggi, alle milizie sciite di cui stiamo parlando.
Il nostro interlocutore si passa la mano sulla tunica e parte all’attacco anche del suo governo: “con tutti i problemi che ci sono, con la necessità di riforme, con l’economia in ginocchio, il primo ministro si deve concentrare proprio sulle nostre armi?”.
Ci salutiamo. Il suo sorriso rimane. Così come, con ogni probabilità, le armi delle milizie sciite filo-iraniane.
Iraq. In un villaggio il quadro geopolitico del Medio Oriente

Sito colpito da un raid americano ad Amerli, nord Iraq. Foto Ema Valenti
Abbas al-Amerli guarda fisso il capannone di cui ci aveva parlato al telefono.
La struttura è in parte distrutta. Oggi c’è un forte vento. Sopra le nostre teste ballano ancora delle grosse lastre di metallo.
“Non siamo contro nessuno, non lo siamo mai stati – ci dice con tono severo il capo del villaggio – ma come si fa a parlare di democrazia e poi bombardare un capannone che usiamo per le feste e i raduni del villaggio?”.
Siamo ad Amerli, nel nord dell’Iraq.
Dietro al riferimento alla democrazia ci sono gli Stati Uniti, che a fine luglio hanno bombardato questo posto in uno dei loro raid contro gli interessi iraniani in Iraq.
Poche decine di metri dietro di noi c’è una caserma delle Forze di Mobilitazione Popolare. Un gruppo paramilitare a maggioranza sciita nato nel 2014 con il supporto iraniano per combattere l’ISIS. Pochi anni dopo le Forze di Mobilitazione Popolare sono state entrate ufficialmente nelle forze armate irachene. Ma la loro collocazione rimane ambigua. Dovrebbero rispondere ai vertici dell’esercito ma sono legate a doppio filo a Tehran e alle milizie sciite non legalizzate, quelle che su pressione americana, e almeno sulla carta, il governo sta provando a disarmare.
Oggi le Forze di Mobilitazione Popolare sono ovunque.
Come tutti gli iracheni che stiamo incontrando nel nostro viaggio Abbas al-Amerli ci invita a pranzo a casa sua.
Ma prima chiediamo di poter parlare con il comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare di stanza ad Amerli.
Arriva un uomo giovane, 26 anni, con una divisa militare verde. Ci accompagna fuori dal villaggio con un pick-up. Con lui un gruppo di miliziani armati fino ai denti. “Ufficialmente l’ISIS è stato sconfitto, ma ci sono ancora sacche di resistenza, quello di fronte a noi è un territorio difficile, con molti nascondigli”.
Anche se questa organizzazione paramilitare non è interessata dall’ordine di disarmo del governo di Baghdad gli chiediamo se la gestione della sicurezza da parte del governo, vista da qua, sia sul binario giusto.
“Credo che non abbia capito quanto sia delicata la situazione. Si dovrebbe occupare di più delle forze straniere presenti sul nostro territorio. Americani, turchi, sionisti. Ma noi iracheni siamo tutti fratelli, non ci saranno scontri”.
Nonostante le parole sui fratelli iracheni, le divisioni interne così come lo scontro tra interessi americani e iraniani mantengono una situazione di perenne fragilità. Per un paese che dopo la caduta di Saddam e l’invasione americana ha vissuto una guerra civile e l’arrivo dell’ISIS lo scontro Iran-Stati Uniti non è certo d’aiuto.
Entro fine settembre gli Stati Uniti dovrebbero ritirare tutte le loro truppe dall’Iraq. Ne sarebbero rimaste poco più di 2mila, nel nord curdo. Non è chiaro però se questo possa ridurre alcune tensioni interne.
Da Amerli, verso la zona petrolifera di Kirkuk, la risposta sembra essere negativa.
Iraq. L’eredità di Saddam

“Vedi queste due cicatrici? Mi hanno sparato durante una manifestazione. E sono stato fortunato, sono ancora qui a raccontarlo”.
Fahad, 60 anni, si abbassa la maglietta e si risiede. Ha le lacrime agli occhi.
Non per le cicatrici che ci ha mostrato, ma per quelle che ha dentro.
Durante quella manifestazione – nel 1991, subito dopo la Prima Guerra del Golfo, quando ci fu un’ondata di proteste contro Saddam Hussein – Fahad perse un fratello.
Siamo vicino a Kerbala, sud di Baghdad.
Siamo sui confini di quello che durante la guerra civile seguita alla caduta di Saddam e all’invasione americana veniva chiamato il triangolo della morte. Baghdad, Kèrbala, Falluja, Ramadi.
Ma la memoria di Fahad va alla morte e alla disperazione dell’era precedente.
Tra il 1979 – quando Saddam salì al potere – e il 1991 Fahad perse otto fratelli. Uccisi o fatti sparire dal regime.
“Oggi ho in mente soprattutto due immagini, quelle dei miei due fratelli giustiziati davanti ai miei occhi. 1983 e 1987. Ero un ragazzino”.
Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani la dittatura finita con la disastrosa occupazione americana potrebbe aver fatto 500mila vittime.
Dal 2003 sono state trovate più di 270 fosse comuni. Alcune mai aperte.
Fahad ci porta in una di queste, dove dal 2003 sono stati riesumati i resti di circa tremila cadaveri. Lui sta ancora cercando due fratelli.
“Potrebbero essere qui, sotto i nostri piedi” ci dice, e poi ci abbraccia: “grazie di aver raccolto la mia storia, e comunque ora sono felice. Siamo liberi. Nessuno ci spia, possiamo parlare”.
Dopo la guerra civile gli iracheni hanno dovuto far fronte anche all’ISIS. Altri morti e altre tragedie. Dall’esterno tendiamo a dimenticare quello che è successo prima. Gli iracheni no, e per capirlo basta dar voce alla loro memoria.
Ci spostiamo a Baghdad, siamo alla periferia sud della capitale irachena.
Marwa, anche lei 60 anni, ci apre la porta della sua casa con un bellissimo sorriso.
È vestita di nero, ha il capo coperto.
Ci offre il te e ci fa accomodare nel suo salotto. Sul divano ha già messo un piccolo quadro. Dentro una cornice rossa ci sono le foto di 6 persone. I fratelli e il padre, tutti uccisi ai tempi di Saddam Hussein.
“Mio fratello più giovane aveva simpatie per l’opposizione. Un giorno sono arrivati i servizi di sicurezza. Lui è scappato sul tetto ma gli hanno sparato. È stato l’inizio della fine”.
Da allora, era il 1980 ed era appena cominciata la guerra contro l’Iran, Marwa ha perso altri quattro fratelli, il padre e tre cugini. Alcuni suoi fratelli sono stati arrestati e giustiziati anche se stavano facendo servizio militare al fronte contro l’Iran.
“È così doloroso che non voglio più ricordare. Basta, sono stanca”.
Prima di salutarci Marwa ci mostra un video sul cellulare. Ogni anno va a Najaf in quello che è diventato un cimitero per le vittime di Saddam di cui non sono mai stati ritrovati i corpi.
Un modo per tentare, se mai possibile, di fare pace con il passato.
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