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Iran. Cosa ci dicono davvero i video degli influencer a Dubai

06 marzo 2026|Veronica Gennari
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Iran. Cosa ci dicono davvero i video degli influencer a Dubai

Espatriati per approfittare di meno tasse, stipendi alti e sole, gli influencer europei residenti a Dubai, si sono trovati improvvisamente in mezzo al conflitto scoppiato in Medio Oriente. In risposta agli attacchi israelo-statunitensi, infatti, la repubblica islamica dell’Iran ha deciso di colpire diversi Stati del Golfo, tra cui gli Emirati Arabi Uniti. Obiettivo principale: le basi militari americane, ma anche obiettivi civili, come l’aeroporto di Dubai, uno dei più frequentati al mondo, e alcuni hotel lussuosi, nella famosa zona della Palma. In un momento di confusione, gli influencer residenti negli Emirati hanno continuato a fare quello che sanno fare meglio, cioè filmare e pubblicare sui social media. Così i feed degli utenti sono stati invasi da racconti, storie e analisi dei creators di Dubai. Non mancano video di persone preoccupate, a volte in lacrime, che chiedono al loro Paese d’origine di essere rimpatriate. È il caso, per esempio, dell’influencer francese Maeva Ghennam. Questi influencer dalle milioni di visualizzazioni si sono trovati vittime di insulti e critiche da utenti che commentano le loro scelte. In Francia le critiche sono arrivate dallo stesso Tibo In Shape, numero uno degli influencer fitness. “Gli influencer di Dubai, alla fine si sta bene in Francia, no?” ha scritto in un post. Per poi spiegare: “Il conflitto in corso è drammatico, ma quello che volevo fare è denunciare l’ipocrisia degli influencer di Dubai, che fuggono le tasse e che a volte fuggono addirittura la giustizia francese. Di colpo c’è la guerra e vogliono che la Francia li protegga”. Musica diversa per altri creators. Scrollando sui social, come si dice in gergo tecnico, ci si può imbattere facilmente nel trend “Vivi a Dubai, non hai paura?”. Centinaia di influencer alla domanda “Non hai paura?” rispondono: “No, perché so chi ci protegge”, ovvero la famiglia reale, spesso ritratta sullo sfondo dei contenuti. Altri influencer ancora scrivono, invece, che si sentono più sicuri a Dubai sotto le bombe che in Italia o in Francia di notte. Agli utenti, non è, però, sfuggita la somiglianza di questi video. Molti utilizzano, in effetti, le stesse immagini e, addirittura, le stesse parole. La narrativa portata avanti da questi creators è molto simile anche a quella dello stesso governo emiratino, che dimostra di avere la situazione sotto controllo. La domanda è, quindi, sorta spontanea: i creators credono davvero in quello che dicono? O sono obbligati dal governo?Diversi influencer continuano, come prima del conflitto, a mostrare la loro vita a Dubai. Gli attacchi si sentono in cielo, spiegano, ma la vita nel Paese è rimasta a grandi linee normale (eccezione fatta per le scuole e le università chiuse e i voli centellinati). Dall’altra parte, è vero che i content creators, considerati una vera e propria perla dell’economia emiratina (tanto è che possono beneficiare di un visto speciale), devono sottostare a diverse leggi che regolano i loro contenuti. Sulla pagina ufficiale della polizia di Dubai, si possono leggere diversi post che ricordano di non condividere informazioni non ufficiali (cioè informazioni non approvate dal governo) e che la diffusione di informazioni considerate false è punibile con una multa fino a 200 dirham. È importante ricordare che anche l’informazione nel Paese è ben lontana dall’essere libera: Reporter Sans Frontieres classifica gli Emirati Arabi al 164esimo posto su 180 nella lista della libertà di stampa. Spesso gli influencer parlano anche del sistema difensivo che, secondo le informazioni governative, dall’inizio della guerra ha distrutto 181 missili balistici e ha intercettato più di 1000 droni, due missili e 71 droni sono, invece, caduti sul territorio. Lo scudo antiaereo emiratino è, in effetti, uno dei più avanzati al mondo. Attivo dal 2015 e beneficiando di una partnership con gli Stati Uniti, il sistema si compone di due strati, uno che agisce ad alta quota e uno che agisce a bassa quota. L’efficienza dello scudo aereo è tale da aver ricevuto i complimenti anche da parte di diverse ambasciate europee, tra cui quella italiana ad Abu Dhabi. Nel frattempo, però, alcuni dubbi iniziano a farsi largo sulla durabilità di questi sistemi di difesa. L’agenzia di stampa Bloomberg, infatti, ha recentemente riportato delle indiscrezioni (non confermate da fonti governative) secondo le quali lo scudo anti-missile del Paese non sarebbe pronto per sostenere degli attacchi a lungo termine. Con questi ritmi, secondo Bloomberg, il sistema potrebbe continuare per solo un’altra settimana. Bisogna, però, sottolineare anche che è improbabile che l’Iran riesca a portare avanti attacchi missilistici di questa portata per molto tempo.

 

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