In Libia cinque naufragi solo questa settimana: “I corpi continuano ad affiorare dal mare”

Continuano i naufragi nel mar Mediterraneo. Dall’inizio dell’anno, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale sono morte almeno 1.432 persone, ma il numero non comprende le vittime causate dal ciclone Harry. Nella notte tra il 13 e il 14 luglio una barca è naufragata al largo delle coste libiche: a bordo c’erano 60 persone e solo 10 sono sopravvissute. Valeria Schröter ne ha parlato con Nancy Porsia, giornalista esperta di Medio Oriente, Nord Africa e in particolare di Libia.
Cosa sappiamo di questo ultimo naufragio?
È l’ennesimo che viene registrato al largo delle coste dell’est della Libia, quindi Tobruk principalmente, nell’ultima settimana: è il quinto. Sappiamo dai racconti dei sopravvissuti, che sono arrivati in Italia, che a bordo c’erano circa una sessantina di persone. Di queste sessanta persone, una decina sono state recuperate dagli italiani. Dopodiché stanno affiorando corpi dal mare, ma non si sa se appartengano a questo specifico naufragio o ad altri. I numeri sono assolutamente relativi, non si ha contezza dei morti.
Il 13 luglio, lunedì, sono stati recuperati quattro corpi e le autorità libiche hanno preso a bordo 24 persone, giusto?
I sopravvissuti di questo naufragio hanno riportato di essere rimasti al largo per due settimane. Quella è un’area marittima non battuta quanto la rotta del Mediterraneo centrale, che passa dalla Libia dell’ovest, la Tunisia e l’Europa. È sotto il pieno controllo del generale Khalifa Belqasim Haftar, che controlla quella parte del paese dallo scoppio della guerra civile di luglio 2014, quindi da 12 anni. Tra l’altro, la sua stessa famiglia e i suoi figli sono accusati di far parte della rete dei trafficanti. Nell’est del paese il controllo è totalmente nelle mani della famiglia Haftar, quindi riesce veramente difficile pensare che si possa muovere foglia che la famiglia Haftar non voglia. Per questo motivo, quindi, c’è questa commistione tra le autorità di sicurezza e la rete dei trafficanti. Nella Libia dell’est, poi, c’è anche una specificità importante da sottolineare, Bengasi è praticamente una delle principali, se non la principale porta d’accesso dei migranti nel Paese.
Addirittura i migranti entrano con visti temporanei, permessi rilasciati dalle autorità di Bengasi. Sono dei permessi di breve durata e farlocchi, per cui chi prova ad imbarcarsi sono persone che anche se hanno comprato un permesso di soggiorno prima di entrare sul suolo libico, comunque poi si trasformano in persone irregolari sul territorio. La questione è davvero molto complessa, c’è una sovrapposizione totale tra la politica da parte delle istituzioni di sfruttamento della migrazione irregolare per fare cassa e il traffico di esseri umani.
Quando si parla di questi naufragi si tende a dire che le autorità libiche hanno portato in salvo i migranti. Qual è però il loro destino quando ritornano in Libia?
Tendenzialmente vengono portati in prigione. A Bengasi c’è una prigione per i migranti. In realtà, da più di un anno oramai le due parti della Libia insieme all’Europa si sono inventate una nuova formula per superare l’impasse di questi arresti. Arresti che, poi, erano in linea con la legge libica: queste persone vengono nella maggior parte dei casi trovate sprovviste di un regolare permesso di soggiorno, quindi sono persone che hanno infranto la legge libica. La Libia non è Schengen, non ha mai riconosciuto la Convenzione di Ginevra sui diritti del rifugiato e quindi i migranti si trovano in una sorta di limbo.
Le autorità libiche, quindi, buttano queste persone in carcere e potrebbero rimanere lì per tempi indefiniti. In realtà, appunto, per evitare questo stallo sono stati potenziati due meccanismi. Uno è il rimpatrio volontario sponsorizzato dall’IOM, l’International Organization for Migration, che è un’agenzia delle Nazioni Unite. Questa è stata una politica fortemente voluta dal governo Meloni, tant’è che Meloni al Transmediterranean Forum di luglio 2024 fu l’unica leader europea a presenziare. La natura volontaria del rimpatrio, tra l’altro, in condizioni come quelle del contesto libico è molto dubbia. La seconda via, messa in atto dalle istituzioni libiche a Est e Ovest negli ultimi mesi, è una massiccia campagna di espulsioni. Espulsioni a centinaia, sia da Tripoli, sia da Bengasi, anche di nazionalità che in teoria fanno parte del gruppo di cittadini riconosciuti come rifugiati anche in Libia: sudanesi, siriani e somali.
L’espulsione avviene verso il Paese di origine o in maniera indiscriminata?
Più indiscriminata, nel senso che, per esempio, un cittadino gambiano non viene riportato in Gambia, ma viene praticamente gettato nel deserto tra la Libia e il Chad, lasciato lì sul territorio del Paese confinante. In alcuni casi si attivano agenzie ONU per l’assistenza fino al rientro a casa, ma in altri casi no.
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