Radio Popolare Home
sostienici

“Il potere del popolo sta nei numeri, dobbiamo tornare a crederci”: l’intervista di Patti Smith a Radio Popolare

07 settembre 2026|Niccolò Vecchia
CONDIVIDI

Sono le 17 del 29 luglio. Nella hall di un hotel milanese, a qualche centinaio di metri dal palco su cui salirà di lì a quattro ore, aspettiamo che Patti Smith scenda per la nostra intervista. Dopo il concerto di due giorni prima a Roma, al Circo Massimo, complice il caldo e una scaletta molto intensa, è arrivata a Milano stanchissima. Ma quando compare, scendendo dall’ascensore, il suo sorriso anticipa una conversazione piacevole, sincera, emozionante.

Così come emozionante e trascinante sarà il concerto con il Patti Smith Quartet, di cui vedete alcuni scatti di Matteo Bergamini e Markus Sotto Corona.

Patti Smith: In realtà non sto ancora festeggiando il mio compleanno, che cadrà alla fine di dicembre: tornerò in Italia l’anno prossimo per festeggiarlo. In questo momento festeggio semplicemente il fatto di essere viva e di poter parlare alle persone di cose positive, pur riconoscendo tutto ciò che gli esseri umani stanno patendo nel nostro mondo. Spero che sia un messaggio di unità. Ho costruito la scaletta tenendo conto del fatto che ora suono con un gruppo più piccolo, un quartetto: il chitarrista è mio figlio Jackson, un chitarrista straordinario, e molto di ciò che facciamo ruota attorno al suo modo di suonare. Abbiamo scelto canzoni che rispondono a due criteri. Il primo è offrire messaggi che possano essere utili alle persone: brani come Peaceable Kingdom e People Have the Power, insieme a qualche canzone nuova o a canzoni del mio catalogo che non eseguivo da anni, o che non avevo mai eseguito, e che suonano nuove perché rispecchiano le doti di mio figlio. Il secondo criterio riguarda le canzoni che il pubblico ama. Ritengo molto importante cantare Because the Night, per quante volte l’abbia già cantata: la eseguo sempre perché il pubblico sembra amarla, e in Italia in modo particolare. Ho spesso scherzato dicendo che Because the Night è quasi una canzone italiana, tanto è popolare qui. Cerco dunque di scegliere brani pensati specificamente per il piacere del pubblico, perché le persone possano divertirsi e ballare, e insieme brani che offrano qualcosa su cui riflettere o che sappiano consolare. È così che ho costruito questa scaletta.

RP: Mi interessa molto capire come, a suo avviso, sia cambiato nel corso della sua carriera il suo rapporto con il pubblico. All’inizio doveva conquistarlo ogni volta che saliva sul palco; poi le cose si sono trasformate, sono cambiate, e a un certo punto immagino che possa aver avvertito anche la pressione di un pubblico che le chiede qualcosa di preciso. Come descriverebbe questa relazione, che attraversa l’intera sua carriera?

PS: Non avverto mai alcuna pressione da parte del pubblico. Sono lì per le persone, e dunque le ascolto: non mi sento sotto pressione. Non ho alcun problema con chi desidera ascoltare determinate canzoni. Se lo volessero davvero, canterei Because the Night due volte nella stessa serata. Sono contenta di ascoltare i loro desideri; non sempre posso esaudirli, ma ci provo. Ho avuto le mie difficoltà, soprattutto agli inizi: essere una donna, fare qualcosa di diverso, cercare di unire poesia e rock and roll, e farlo in modo aggressivo. Ma le ho incontrate soprattutto in America. In Europa e in Italia sono stata accolta molto meglio. A dire la verità, e forse non dovrei dirlo, qui non ho mai avuto difficoltà: dal primo concerto della mia vita fino all’altro ieri, a Roma, al Circo Massimo, mi sono sempre sentita accolta dal pubblico italiano, non soltanto sul palco ma anche per strada, in un caffè, camminando lungo una via o entrando in una chiesa. Mi sento accolta da moltissime persone, di tutte le generazioni, ed è questo che rende speciale il mio rapporto con questo paese. Quando i giovani vengono ai miei concerti, per me è il complimento più grande: vedere dei ragazzi e sentire la loro energia è la cosa più emozionante.

RP: Torno a una cosa che ha appena detto, a proposito della difficoltà, agli inizi, di essere un’artista donna e di provare a fare qualcosa di diverso: parlando con artiste più giovani, ritrovo spesso un legame molto forte con la sua carriera e con la sua musica. Penso a Marta Del Grandi, che questa sera sarà sul palco prima di lei: quando le abbiamo proposto di aprire il suo concerto, ha accolto la proposta come una benedizione, e ci ha raccontato quante strade lei abbia indicato e quante porte abbia aperto per le donne che vogliono fare musica. Avverte mai una responsabilità di questo tipo? Percepisce il ruolo che ha avuto nell’aprire porte ad altri musiciste?

PS: In realtà non ci penso. Non mi attribuisco il merito di aver aperto alcuna porta. So di fare del mio meglio, e ho sempre cercato di fare spazio alle nuove generazioni e ai nuovi arrivati; ma non mi congratulo con me stessa e non mi riconosco meriti, perché so che cosa significhi essere un’artista giovane. Volevo essere considerata per quello che ero, non essere paragonata ad altri né sentirmi in debito verso qualcuno. Per questo non impongo ai nuovi artisti un’etichetta di quel genere, e non voglio che si sentano in debito con me. Quando si dice che qualcuno è stato influenzato da me, se è vero è una cosa bella; ma desidero che ciascuno si senta forte per le proprie capacità.

RP: Nella sua vita e nella sua formazione, lei ha tratto ispirazione da molti artisti. Ho letto che Pier Paolo Pasolini è stato una figura che, in un certo momento della sua vita, l’ha influenzata e ispirata. Vuole raccontarci qualcosa a questo proposito?

PS: Ho ammirato la poesia di Pasolini, il suo lavoro; ma credo che l’influenza più grande su di me sia stata Il Vangelo secondo Matteo. Lo vidi quando ebbi un incidente molto grave, e lo rividi più volte. Mi indusse a ripensare davvero il Nuovo Testamento, il modo in cui la figura di Gesù Cristo ci viene presentata. Pasolini presentava Cristo come un rivoluzionario, senza alterare le Scritture, e la rivoluzione di Cristo era fondata sull’amore: vidi il suo messaggio in una luce del tutto diversa. Mi fece ripensare il mio rapporto con Cristo, non attraverso la religione, come accadeva quando ero giovane, ma in modo personale. Fu molto importante. E inoltre il film è di grande bellezza. Ho amato molto anche Medea: ho sempre adorato Maria Callas, e vederla in Medea mi ha entusiasmata. Pasolini mi ha ispirato poesie in sua memoria, tutte, spero, complesse e viscerali come lo era lui.

RP: Poco fa ha citato Peaceable Kingdom, una canzone che in origine aveva dedicato a Rachel Corrie, l’attivista americana che perse la vita nel 2003, a Rafah, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano. In questi concerti l’ho sentita dedicarla ai bambini di Gaza, del Libano e del Sudan. È una canzone, come diverse altre che ha scritto nella sua carriera, che ha una forza particolare nel comunicare un senso di empatia, di unità nella lotta, ma anche di speranza. Che cosa significa per lei, ogni sera, cercare di trasmettere quell’emozione?

PS: È una bellissima descrizione della canzone, grazie. Non ho bisogno di cercare di trasmettere quell’emozione, ma spesso devo stare attenta a non piangere, perché cantare piangendo è molto difficile: non è una buona combinazione. La canzone mi riempie sempre di emozione, perché la scrivemmo quando quella giovane attivista fu uccisa dai bulldozer israeliani mentre cercava di proteggere la casa di un professore palestinese. I figli di quell’uomo assistettero a tutto. Fu una tragedia terribile, e il significato della canzone continua ad ampliarsi. Quando la canto oggi ricordo Rachel Corrie, ma penso anche al popolo palestinese e ai suoi bambini; e, come diceva lei, ai bambini del Sudan, ai bambini del Congo, ai bambini del Libano, ai bambini del mio paese, ai bambini di ogni parte del mondo in cui si subiscano ingiustizia, conflitto, tratta, fame, malattia, mancanza d’amore. Nella canzone c’è un messaggio di speranza e di forza, sì, ma anche molto dolore, oggi più che mai, per ciò che stiamo facendo al nostro mondo. E devo annoverare il mio paese tra i principali responsabili, considerando ciò che stiamo facendo: le guerre in corso, l’intervento di Israele in Libano, la guerra in Russia e in Ucraina, tutti questi conflitti terribili che uccidono i nostri giovani e distruggono l’ambiente e il nostro clima. Sono tantissime le cose a cui finisco per pensare, racchiuse in una sola, semplice canzone, perché la canzone è molto semplice: i versi sono essenziali. E, sì, non rinuncerò mai alla speranza. Ma devo dire che in questo momento, mentre coltiviamo la speranza e vediamo ciò che sta accadendo nel nostro mondo tanto tormentato, è impossibile non provare sconforto. 

RP: A proposito di questo, ho visto un video in cui, l’altro giorno a Roma, cantava People Have the Power, e l’ho sentita gridare al pubblico, che le rispondeva ripetendo il ritornello: «Dovete crederci». Mi ha colpito, perché credo che uno dei problemi con cui oggi ci confrontiamo sia proprio che crederci… è diventato un po’ più difficile.

PS: Assolutamente. Anche in questo caso, nel mio paese ci si potrebbe chiedere: che cosa possiamo fare? Tutte queste cose accadono in nostro nome e non sembriamo in grado di fermarle. Ebbene, dobbiamo credere di poter fare qualcosa. Credo che parte del problema sia che le persone hanno davvero il potere, ma dimenticano di averlo e dimenticano come usarlo. Da dove viene quel potere? Dai numeri. È il metodo di Gandhi. Se vogliamo cambiare le cose, non basta marciare in migliaia o in centinaia di migliaia: servono milioni di persone che marciano, milioni che protestano, milioni e milioni che votano. Questo è il potere delle persone: la nostra forza è nei numeri. È il nostro potere fondamentale. E in questo momento comprendo il senso di impotenza, lo avverto anch’io, ma non gli permetto di sopraffarmi. Non possiamo permetterlo, perché abbiamo la nostra vita, le nostre responsabilità, i nostri sogni: le cose che vogliamo fare, ciò che desideriamo per i nostri figli, l’arte che vogliamo creare, un giardino di cui prenderci cura. Vogliamo vivere, e dunque non possiamo rinunciare alla speranza. Ma credo che tutti dobbiamo farci avanti.

RP: Ha scritto un memoir molto bello, Bread of Angels, uscito all’inizio di quest’anno. Una delle cose che più mi hanno colpito leggendolo è il modo in cui parla del lutto, del dolore entrato nella sua vita: ha perso persone importanti quando erano ancora troppo giovani. E ho notato, anche in alcune sue canzoni, che al dolore e alla perdita non reagisce mai con rabbia: c’è sempre una forma di comprensione, e l’idea che più avanti, lungo la strada, ci sia qualcosa di nuovo. È qualcosa che ha imparato da sola, o che ha sempre avuto dentro di sé?

PS: Credo che dipenda dal fatto che amo la vita. Da bambina ero molto cagionevole, e per questa ragione ho avuto, in un certo senso, un’infanzia difficile; ma amavo la vita. C’erano sempre libri nuovi, cose nuove da aspettare, in parte proprio grazie al lavoro di altre persone: scoprii Pinocchio, poi Il mago di Oz e Alice nel paese delle meraviglie. C’era sempre qualcosa di meraviglioso. La natura si mostra ogni giorno; il cielo offre ogni giorno una nuova disposizione delle nuvole. Questa sera c’è la luna piena. Credo che ci sia sempre qualcosa di meraviglioso. Quanto a tutte le perdite che ho subito, ne parlavo proprio oggi, perché oggi abbiamo perso un amico, e in modo particolare lo ha perso il mio bassista: Glen Hansard, un musicista irlandese di grande valore, molto legato al mio bassista Tony Shanahan. Glen è stato un buon amico per tutti noi. Ci troviamo dunque a riflettere di nuovo sulla perdita. Aveva soltanto cinquantasei anni: era un uomo giovane. E parlando di lui mi sono ritrovata a pensare di nuovo a Robert Mapplethorpe, a mio fratello, a mio marito, a Sam Shepard, a tanti, tanti amici che non ci sono più. Ma allo stesso tempo provo anche la gioia di aver conosciuto queste persone.

Quanto sono stata fortunata a suonare con Glen, a scrivere con Sam, ad avere figli con mio marito, a creare arte con Robert, ad avere in mio fratello il mio cavaliere. Devo dunque provare costantemente gratitudine per averli conosciuti, e la gratitudine è una buona medicina. Non posso dire di aver provato rabbia; e se ho provato un dolore estremo, posso averlo espresso nel mio lavoro, o in privato, quando sono sola; ma non è mai amarezza. Non sono una persona amara, non mi sento amara: sento soltanto il dolore della perdita. E non mi permetto di prendere queste cose come un torto personale, né di incolpare qualcuno: mi permetto soltanto di comprendere. Ho avuto queste persone nella mia vita per un certo tempo, ora vivo con il ricordo di averle avute, cerco di mantenere saldo quel ricordo. Oggi, inoltre, è il compleanno di mio padre: il padre che mi ha cresciuta. È una cosa bella, e insieme molto strana: celebrerò il compleanno di mio padre e la perdita del nostro amico Glen sotto una luna piena. È una notte di dualità. Così è la vita.

RP: Nella scaletta di questa tournée c’è un brano meraviglioso dei Doors, The Crystal Ship. Nel suo disco di cover Twelve, lei interpretava un’altra canzone di Jim Morrison, Soul Kitchen. E ho letto che, quando scrisse Dancing Barefoot, aveva in mente la voce di Jim Morrison che cantava il brano che stava componendo…

PS: Sì. In effetti l’avevo pensata per una voce maschile. Avrei dovuto farla cantare a mio marito, o meglio, a quello che sarebbe diventato mio marito. L’ho sempre immaginata così. Io non so cantare come Jim Morrison, ma dietro quel verso – “She is benediction” – si sente la sua voce, ed è per questo che la canzone ha una tonalità così bassa. Non è il brano più facile da eseguire perché, con poca lungimiranza, l’abbiamo registrata in una tonalità un po’ bassa per me; ma era così che la sentivo, perché non è soltanto una canzone dedicata alle persone e al nostro Creatore, ma anche a Fred, mio marito, Fred “Sonic” Smith. Era una canzone su tre livelli. Nella prima parte, dove si dice “She is benediction”, lei si rivolge all’universo. Nella seconda, “She is the root connection”, si stabilisce un contatto: è la parte rivolta alle persone. Poi, verso la fine, quando dice “Could it be he’s taking over me”, quello è per Fred. E in chiusura, “He is levitating with she”, colei che lui ha scelto: anche quello è per Fred. La canzone ha dunque tre livelli diversi.

RP: Sta scrivendo del materiale nuovo in questo momento della sua vita?

PS: Scrivo, ma non sono un’autrice di canzoni molto prolifica. Ho alcune canzoni, ma negli ultimi dieci anni mi sono concentrata sulla scrittura dei miei libri. Trovo che, invecchiando, non abbia energia per tutto: le mie energie migliori sono andate in parte alle arti visive, ma soprattutto alla scrittura dei libri, alla registrazione di poesie e all’attività dal vivo. E in questa fase della mia vita sono felicissima di poter suonare con mio figlio e con mia figlia: questa sera mia figlia Jesse suonerà qualcosa al pianoforte. È una gioia poter suonare con loro in questo periodo della mia vita.

RP: In un certo senso la famiglia è sempre stata parte della sua carriera musicale, cosa non comune tra le grandi figure della musica, se così possiamo dire…

PS: Il fatto è che entrare nel mondo della musica o fare un disco non è mai stato per me un sogno consapevole. Volevo essere una poetessa, o una pittrice; non avevo mai pensato di cantare né di incidere dischi. Man mano che le mie esibizioni evolvevano e cominciavo a suonare più spesso e a scrivere canzoni, si è trattato di un contesto collaborativo, anche se ero io a tenere il timone e a scrivere tutti i testi. Non avrei potuto farlo senza il sostegno di mio fratello, che divenne il nostro tour manager e che mi appoggiò con grande convinzione lungo quella strada; e senza Lenny Kaye, Richard Sohl, Ivan Kral e Jay Dee Daugherty nel primo periodo; ma anche senza Sam Shepard, che a sua volta mi ispirò a intraprendere quel cammino, senza Bob Neuwirth e senza Robert. Non era una strada che avevo scelto io, e dunque non sorprende che vi abbia coinvolto la famiglia. Sono felice che mio figlio e mia figlia suonino con me, perché non sono una musicista nata: canto piccole canzoni, canto quando cammino in un campo, ma non suono alcuno strumento e non penso come un musicista. Sono essenzialmente una scrittrice. Per questo avere un figlio e una figlia così portati per la musica, come il loro padre, è per me una compagnia bellissima.

Segui Radio Popolare su