Il governo rivendica la stretta e Nordio arriva a evocare le BR

È sul fermo preventivo che si concentrano domande e interrogativi già a partire dalla conferenza stampa dei ministri Piantedosi e Nordio. Giorgia Meloni ha preferito affidarsi ai social, subito dopo il via libera al Consiglio dei Ministri, per non rispondere forse alle domande e così dire che “non si tratta di misure spot e che il governo non si gira dall’altra parte”. Matteo Salvini si riserva una comparsata in serata in televisione, ma si è già intestato il decreto dicendo che “si è passati dalle parole ai fatti”.
Per il ministro dell’Interno il fermo preventivo – dice – non è una misura liberticida, ma sicuramente c’è un innalzamento delle misure di controllo e di possibile impedimento alla partecipazione ai cortei, laddove quel termine usato nel decreto, “segnalazioni”, potrebbe essere molto più ampio. Su questo punto per ora non ci sono state precisazioni da parte del governo nella conferenza stampa.
I due ministri hanno cercato di mostrare una doppia faccia, di chi è riuscito ad alzare il livello di misure repressive e nello stesso tempo stare nell’alveo di costituzionalità garantito da un controllo della magistratura, sia nel fermo preventivo che nell’iscrizione nel nuovo registro deciso oggi per i possibili, ma non ancora, indagati. Quella magistratura che appena compie un atto diverso da quello che la destra vorrebbe viene contestata e attaccata. Il ministro della Giustizia Nordio ha citato nella conferenza stampa le Brigate rosse. Ha giustificato le misure appena approvate con la necessità di non tornare agli anni di piombo, parole che nella negazione sembrano però voler insinuare che sia quello il pericolo, giustificando così provvedimenti che l’opposizione, appena letto il decreto, definisce già illiberali.
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